Differenza tra dolo eventuale e dolo alternativo. CompatibilitÓ del dolo eventuale con la ricettazione. Riflessi in relazione alla contravvenzione di acquisto di cose di sospetta provenienza (in prospettiva di cautela per l'imprenditore)

di Federico Maria Giuliani

 

Quale elemento di colpevolezza del reato, il dolo (o atteggiamento soggettivo secondo l'intenzione) è – come noto - definito, dall'art. 43 c. p., quale quello stato psicologico di chi cagiona l'evento rilevante (dannoso o pericoloso), con previsione e volontà del fatto che esso consegua dall'azione/omissione.
La regola vale sia per i delitti, sia per le contravvenzioni (v. art. 43 cit., ult. comma) – fermo restando che, per le queste ultime, ciò può dirsi solamente laddove la legge attribuisce una differenza di effetti tra il dolo e la  colpa.
Da tale definizione di dolo, alla quale ci si rifà – in mancanza di norma settoriale ad hoc – anche in materia d'illecito civile (per lo più aquiliano), emerge che esso è sia "prevenzione" - me dunque cognizione - sia "volizione" dell'evento dannoso. Questo duplice elemento deve co-esistere onde sussista il dolo, poiché il mero prevedere senza capire, al pari del mero conoscere senza prevedere,  non integra una piena prospettazione del nesso azione-evento.

Tra le varie sotto-categorie di dolo, viene in mente anzitutto il c.d. dolo inciso dalla colpa. Trattasi della prevenzione-volizione dell'evento, sulla scorta di un errrore sullo stato delle cose (Tizio, per esempio, sovrasta con l'autovettura Caio cagionandone la morte, mentre Caio giaceva a terra privo di sensi, già percosso da Tizio e con la falsa credenza, di Tizio medesimo, del fatto che però, dopo le percosse, pur non volendolo egli abbia già cagionato la morte di Caio; oppure Tizio crede erroneamente di avere ucciso, in una qualche guisa, Caio, e dunque, onde liberarsi del cadavere, dà ad esso fuoco, così cagionando invero la morte di Caio stesso).
Diversamente – ma con taluni tratti di congiunzione -, per dolo eventuale s'intende la presa in considerazione, da parte dell'agente, che la sua azione cagioni bensì l'evento, ma non a titolo di unico esito preveduto come tale, bensì come possibilità-rischio: l'agente, insomma, si raffigura che, dalla sua azione/omissione, "possa" – e non "debba" – discendere casualmente l'evento.
Questione, a sua volta, peculiare è quella della distinzione tra dolo eventuale e preterintenzione. In quest'ultima, ex 43 c.p., l'evento dannoso o pericoloso oltrepassa nettamente la previsione/volizione, così come oltrepassa anche la mera prospettazione di un rischio/di una possibilità; diversamente, il dolo eventuale è, semmai, limitrofo all'art. 586, nel quale la legge prevede sì l'applicazione dell'art. 83, contemplando tuttavia un aumento delle pene di cui agli artt. 589 e 590. Qui – vi è da reputare – l'aumento di pena sussiste, rispetto alla pena ordinaria del dolo eventuale, poiché – nel sistema penale – l'errore nei mezzi di esecuzione et similia (incidenti esecutori) sono intaccati da un quid pluris di colpevolezza – trapassando da colpa a "semi-dolo" -, laddove invece diversamente, nel dolo eventuale,  la presa di coscienza del rischio di un evento più grave non spinge il dolo oltre ciò che esso è già, in quanto tale e di per sé, normalmente, da intendersi.
Vi è, dipoi, il c.d. dolo alternativo. Per parte sua, esso somiglia più al dolo eventuale che non alla morte o lesioni come conseguenza di altro delitto (percosse, ad esempio). Ed invero, incorre in dolo alternativo quell'agente, il quale, prima di commettere/omettere il fatto, si raffigura mentalmente bensì l'evento rilevante, ma non in guisa univoca: quale, invece, uno di più possibili, tra loro alternativi appunto, esiti dolosi (Tizio spara di lontano a Caio, considerando che il colpo possa penetrare un organo vitale oppure anche, per via della mira, no). Epperò si ha, nel dolo alternativo, un quid pluris sia rispetto al dolo eventuale (Tizio non si prefigura l'evento criminalmente rilevante come il solo possibile, cioè a rischio eventuale appunto),  sia rispetto all'art. 586, poiché, a differenza che in quest'ultima fattispecie, l'evento rilevante, verificatosi a seguito del dolo alternativo, non è diverso rispetto ad un evento appieno preveduto/voluto, bensì è – piuttosto – uno di quelli , tutti appieno preveduti/voluti in alternativa.
Si comprende, allora, come il dolo alternativo sia punibile a titolo di dolo tout court. La prefigurazione di più di un – alternativo – evento rilevante, infatti, non toglie significanza psicologico-volitiva a quello specifico evento che, tra i preveduti e voluti in alternanza, è nei fatti occorso. Qui non c'è rischio della possibilità di un (solo,rilevante e possibile) evento (dolo eventuale), bensì la raffigurazione/volizione, in alternanza, di due o più eventi, tutti criminalemente rilevanti. Ergo il dolo eventuale è punito come dolo "pieno", siccome accettazione cognitiva di un rischio, di per sé stesso reputato penalmente rilevante a titolo di volizione; il dolo alternativo, per parte sua, è pur'esso punito come dolo "pieno"; ciò in quanto, comunque, questo o quello evento, criminalmente rilevante, è stato preveduto e voluto, sebbene non direttamente e univocamente.
A volere entrare nel dettaglio, si può ravvisare un quid minus subiettivo, nel dolo eventuale, rispetto al dolo alternativo. E nondimeno, sul piano della colpevolezza e della pena, la legge, in sé e per sé, non fa differenza (la differenza la fa invece - e lo si è visto - quando per errore esecutivo si uccide, laddove volevasi piuttosto percuotere o ledere, se pure gravemente).

In punto specifico di dolo eventuale, si pongono poi taluni interrogativi, in ordine per esempio alla configurabilità di un siffatto elemento psicologico con certi reati, quali la calunnia e la ricettazione.
Ed infatti, per ciò che concerne la calunnia, la fattispecie di cui all'art. 368 c.p. fa riferimento a chi "incolpa di un reato taluno che egli sa innocente" (c.vo aggiunto). Talché viene da domandarsi se sia possibile, in re ipsa, che Tizio sia calunnioso seppure ingannandosi sulla certezza della colpevolezza o innocenza del (da lui) denunziato. A fronte di un siffatto interrogativo, si può per un verso dire che una tale reato di calunnia sarebbe un absurdum - ovvero una contradictio in adjectus: in quest'ottica prospettica, cioè, si attribuisce, all'elemento psicologico del reato in parola, il tratto di componente strutturale del crimine medesimo e del suo fatto. Per converso, è dato anche di argomentare nel senso che, nonostante sia convinto – negligentemente/erroneamente – della sicura innocenza del denunciato, l'agente integri bensì il reato di calunnia, proprio perché, sotto l'aspetto soggettivo, la convinzione/volizione sussite e, pertanto, il "disvalore" della norma incriminatrice è stato integrato.
Tutto dipende, evidentemente, se si vuole reputare la retta consapevolenza della certezza dell'innocenza del denunziato come elemento del fatto/della condotta – tale per cui, in carenza di lucida cognizione, il reato viene meno ex art. 47 – oppure, diversamente,  se quella medesima retta/piena cognizione della certezza è veduta come componente dell'elemento soggettivo interno al dolo - tale per cui, sebbene la volizione-previsione sia falsificata rispetto alla certezza sulla realtà, il reato sussiste comunque, proprio poiché sussiste la volizione di quel quid che, sebbene erroneamente, l'agente si è in sé  (e dentro di sé) rappresentato.
Certo si è che, per principio di materialità (arg. ex il "fatto" di cui all'art. 1 c.p.), nessuno è punibile per il mero pensiero - anche il più turpe - di delinquere (v., infatti, anche art. 49,l c. 1°,). Ma, comunque, rimane da decidere se la previsione-volizione di arrecare danno-intralcio al funzionamento della giustizia (oggetto giuridico della calunnia),  sussista o meno per il sol fatto della volizione di "disturbare" e/o "sviare" le indagini della Procura, volendosi magari danneggiare nel contempo – e in addizione – il denunziato, la sua vita, la sua reputazione, ancorché si presuma, erroneamente, che egli possa - anche - essere colpevole.
Ora, in chiave logico-sistematica, se si pensa che, con riguardo all'art. 2 cpv., si reputa sussistere calunnia anche se, post factum, la condotta denunziata è depenalizzata (perché – si dice – permane il disvalore), allora verrebbe da dedurne che la contemplata possibile innocenza del calunniato sia esterna alla struttura intrinseca del reato di calunnia. E nondimeno, un modo di ragionare quale quello testé detto – il quale reputa conciliabili il dolo eventuale e la calunnia - non è unanime, né in giurisprudenza né in dottrina.
E anzi la giurisprudenza, da molto tempo, sembra preferire l'ascrizione della convinzione della colpevolezza del calunniato all'elemento soggettivo dell'agente nel delitto.

Simile alla calunnia, posta in relazione concettuale al dolo eventuale, è l'altro caso del reato di ricettazione.
Qui, in particolare, la questione nasce poiché sussiste, accanto al delitto di cui all'art. 648 c.p., la contravenzione di cui all'art. 712.
In quest'ultimo reato, l'assenza della sicura/ferma cognizione di acquistare un oggetto – per esempio – di furto, non esclude, automaticamente - sempre e comunque - la colpevolezza contravvenzionale.
Da ciò possono sorgere talune comprensibili preoccupazioni, in termini di cautela operazionale, in capo agli operatori economici, ai quali, nell'esercizio della impresa, può capitare di vedersi offrire, da soggetti terzi, beni di un certo valore a prezzi alquanto modici.
E allora, con riguardo all'art. 712, il punto è quello della identificazione della soglia di cognizione, oltre la quale il "rischio" della sospetta provenienza (dolo eventuale, appunto) sia da ascrivere/imputare, come condizione soggettiva, all'agente. In altre parole: viene da chiedersi come debba, in concreto, comportarsi l'agente, prima di acquistare il bene, onde escludere la presumibile (ex adverso) prospettazione – nella sua mente – di una possibile provenienza sospetta dell'oggetto in vendita.
Pare, insomma, al fondo una questione di soglia di diligenza. Sì che viene da chiedersi se, per esempio, a certe condizioni di oggetto in vendita e di suo prezzo, al potenziale acquirente s'imponga - per avventura – il fare esperire, a sue spese, autorevole perizia tecnica sull'oggetto medesimo, onde potersi escludere il dolo eventuale.
Se non è posta in questi temini, la questione rischia di diventare troppo intimamente psicologica, allorquando, per esempio, ci si ponga nell'angolo visuale di un dolo eventuale, costituito dal'asserito/acclarato fatto che – indipendentemente da quello che sarebbe stato l'esito della (seria) perizia privata, l'agente avrebbe, comunque, acquistato in ogni caso. Troppo intimamente psicologico, si diceva, appare un siffatto approccio – e, per certi versi, anche in stridore con l'art. 49, c. 1°, c.p. -, poiché, invero, il fatto che Tizio "ambisca" a fare suo quel tale quadro o gioiello, non significa – già di per sé – l'avvenuto acquisto "materiale", men che meno senza previa e diligigente indagine tecnico-peritale sulla provenienza.
Insomma, il mero "desiderio", su di un bene di un certo valore a disposizione a medio prezzo, non può certo costituire, in quanto tale, reato di alcun genere. Acclarare poi, in fatto, ciò che sarebbe eventualmente stato (l'acquisto anche su perizia negativa), è il ragionare su ciò che avrebbe potuto esservi e non vi è stato per ipotesi (quasi una prova negativa pura): il che rischia di confondere la colpevolezza contravvenzionale dell'art. 712 con la – ben diversa – tendenza a delinquere o con la pericolosità sociale (dacché – si direbbe al fine – Tizio "superficialmente e/o morbosamente" tende, senza scrupoli, a fare suoi, comunque, beni di considerevole valore, lucrando sul prezzo e disinteressandosi della loro provenienza/originalità). Oppure si finisce, sempre seguendo l'approccio in parola, con il colpevolizzare taluno soltanto per le sue inclinazioni, per il suo stile di vita, per le sue bieche ambizioni – e ciò, ancora, in violazione con il principio di materialità/offensività.
Ond'è che diventa difficile fare rientrare, nella nozione di diligenza dell'uomo medio di cui all'art. 43 c.p. – così come nell'idea di dolo eventuale nella norma stessa -, un obbligo di conferire mandato peritale, prima di acquistare oggetti di valore, il cui prezzo e altri dati possono - a titolo di mera eventualità – fare pensare alla provenienza (per esempio) da un reato di furto.
Il tasso di attenzione/diligenza richiesto, insomma, apparirebbe – in cotale guisa – un poco troppo "al di sopra" di quello del "buon padre di famiglia": troppo laborioso e faticoso, e dispendioso e costoso, in altre parole.
Da questa Kritik discende il corollario della non-integrazione della contravvenzione di cui all'art. 712 c.p., in presenza di consapevole possibilità-rischio di una provenienza illecita dell'oggetto, nonché in assenza di accreditata perizia. E ciò stante l'art. 47 c.p.

Pur tuttavia, quest'ultima soluzione ermeneutica non è unanimemente condivisa, né in giurisprudenza né in dottrina.
E ciò poiché si può - a contrario - argomentare nel senso che non è in questione il tasso/la soglia di diligenza quale presupposto della colpevolezza contravvenzionale; bensì piuttosto, del tutto diversamente, proprio l'intento di acquistare un bene pregiato ad un buon prezzo, contemplando, quale rischio della volizione, la sua provenienza illecita: il che, in quest'ottica prospettica (da ultimo, per lo più giurisprudenziale), integrerebbe appieno, in sé e per sé, quel disvalore cui fa implicito riferimento l'art. 712 c.p.