Fisco, Innovazione e Crescita al tempo della crisi

di Vito Antonio Ayroldi

Con la fredda logica dei numeri, nei giorni scorsi (1) Palazzo Koch ha annunciato che il reddito delle famiglie italiane è sceso del 4 % riduzione, prosegue il comunicato, sostanzialmente simile a quella osservata nel corso della precedente recessione tra il 1991 e il 1993. Ritornare su alcuni passaggi di quella crisi, che promanerà i suoi effetti sino al 1996, costituisce  prodromo interessante per poter cogliere gli elementi di attualità dell’odierno rapporto tra Fisco, innovazione e crescita economica. Mi limiterò a evidenziarne tre.

  1. Dopo una fase di cambi flessibili, che rilancia  le esportazioni grazie alla svalutazione competitiva della moneta nazionale, si decise di rafforzare l’impegno alla  stabilità macroeconomica europea accelerando il processo di convergenza alla moneta unica (Euro), che verrà portato a termine con successo dal I Governo di Romano Prodi nel  Gennaio del 1999.
  2. Tangentopoli, con un Parlamento debole, in conflitto con le magistrature inquirenti di mezza Italia lascia campo aperto alla nouvelle vague delle politiche liberiste del “Washigton Consensus” (2): un decalogo di linee guida di politica economica indirizzato a paesi in stato di crisi economica e finanziaria. Esso  costituisce nel complesso la “ricetta” standard “consigliata” da FMI e Banca Mondiale e ispirata ai paradigmi neoclassici della Scuola di Chicago che, per l’Italia, prevederà un massiccio programma di privatizzazione di Enti e aziende di Stato. Sarà il tragico epilogo del cosiddetto “Sistema Beneduce” (3) denominato così dal nome di colui che aveva gettato le fondamenta del sistema industriale e finanziario italiano. Un sistema misto  Pubblico/Privato che fornirà un impulso determinante al decollo economico del secondo dopoguerra (il miracolo italiano) sino alla liquidazione dell’IRI e alla dismissione delle sue partecipazioni.
  3. Al termine dell’Uruguay Round i cui negoziati sono suggellati dall’Accordo di Marrakech del 15 Aprile 1994  viene istituito il WTO il cui obiettivo fondamentale è l’eliminazione o riduzione delle barriere tariffarie al commercio internazionali. Ciascun membro deve applicare agli altri partecipanti all’organizzazione la clausola di “nazione più favorita” : le medesime clausole applicate al paese più favorito sono valide anche per tutti gli altri Stati aderenti all’Organizzazione. (3)

Alessandro Magnasco, Furto sacrilego 1731 – Milano Quadreria dell’Arcivescovado
Questi tre eventi  imporranno vincoli cogenti che le politiche industriali e fiscali del nostro paese non potranno mai più derogare, disegnando l’angusto perimetro di agibilità nel quale i governi nazionali che si succederanno da allora in poi dovranno muoversi. (4)
 Avendo riportato  nella sfera privatistica quel che resta dell’industria Pubblica del paese (trasformazione in SpA dei principali Enti Pubblici Economici) la Politica Industriale è oggi per ogni Governo nazionale un’arma spuntata. Coartate dentro il  limite del 3 % nel rapporto Deficit/PIL, condizionate dal divieto di aiuti di Stato all’industria, anche le politiche fiscali finiscono per avere il respiro corto dei provvedimenti tampone (incentivi alla rottamazione variamente declinati).
Atteso che questo è lo sfondo sul quale i due protagonisti dello scenario economico, Governo e Imprese, si trovano a dover giocare la loro decisiva partita per restare agganciati alla locomotiva dei Paesi  più sviluppati, allora il tema del rapporto tra politiche fiscali, innovazione  e obiettivi strategici del Paese diventa ineludibile. 
Lungi dall’esaltare acriticamente il ruolo della grande industria, privata o pubblica, occorre dire che l’attuale congiuntura economica, caratterizzata dalla modesta dimensione del mercato dei capitali nazionale è stata preceduta da una fase durata sino agli anni ’80, di grande concentrazione dei capitali in poche grandi famiglie e nelle mani dello Stato (IRI, Eni). Questi attori, pur svolgendo un ruolo di intervento e patrocinio di diverse iniziative nei settori produttivi science-based, hanno rivelato una insufficiente capacità di inclusione delle nuove frontiere tecnologiche nelle rispettive sfere produttive. Molto probabilmente a causa delle rendite o quasi-rendite di cui godevano in mercati protetti o grazie al persistere di elevate barriere all’entrata. E’ accaduto nel settore Chimico, chimico-farmaceutico, informatico e in diversi altri . Il tutto in assenza di una chiara visione strategica complessiva, che stabilisse come collocare l’Italia negli scenari competitivi internazionali che andavano profilandosi alla luce dei tre eventi fondamentali sopra enunciati e di un dibattito non ideologico nelle sede istituzionali  e nel paese.
Negli ultimi dodici anni l’Italia è passata dall’essere uno dei paesi maggiormente erogatori di aiuti all’industria a paese con il più basso livello di spesa per il sostegno alle imprese (5). Le comunque numerose misure fiscali di stimolo ad un apparato produttivo frantumato e dimensionalmente inadeguato, non sono state in grado di produrre effetti duraturi sulle performance delle imprese sussidiate e sul miglioramento della specializzazione produttiva (6) (Secondo i dati del Ministero dello Sviluppo Economico limitatamente al periodo 2000-2008 i danari pubblici destinati agli incentivi alle imprese sono stati in termini assoluti comunque cospicui: quasi 53 mld di euro; ben un terzo di questi finanziamenti è stato impiegato per l’agevolazione degli investimenti nelle aree depresse legge n. 488/1992 e legge n.388/2000), la loro effettiva portata si è concretizzata prevalentemente in effetti di  skill upgrading e di temporaneo aumento dell’occupazione. La propensione all’innovazione è cresciuta solo temporaneamente dopo la concessione dei benefici fiscali posti in campo, in quanto gli incentivi avrebbero indotto soprattutto effetti di sostituzione intertemporale nelle decisioni di investimento. In una più ampia ottica industriale, l’insufficiente rendimento delle politiche fiscali sino ad ora adottate trova ragione nelle limitate interdipendenze settoriali tra industrie ad Alta Tecnologia e comparti utilizzatori domestici, e nella spiccata tendenza dell’industria italiana all’innovazione di processo, caratterizzata dalla importazione e successivo sviluppo/adattamento di nuove tecnologie, fondamentalmente orientato verso mercati di “nicchia” prevalentemente esteri. Peculiarità storicamente ben individuata  di cui esistono consolidate  spiegazioni e  vasta evidenza  statistica (7). Tutto ciò ha rafforzato vieppiù il convincimento che il meccanismo più efficiente di allocazione delle risorse sia il mercato, confidando con Shumpeter che l’azione di “distruzione creatrice” esplichi  naturalmente  i suoi effetti  rigeneratori del tessuto produttivo.


 


Ambrogio Lorenzetti, Elogio del Buon Governo – Siena 1337 Palazzo Pubblico (affresco)
La teoria economica, invece, attribuisce alle normative fiscali la proprietà di influenzare le decisioni delle imprese: dalla scelta delle fonti di finanziamento a quella sui fattori  produttivi (tassi di sostituzione Capitale/lavoro ad es.) e sulla scelta dei settori di investimento reale o finanziario. In particolare quest’ultimo fattore gioca in Italia un ruolo fondamentale. La tassazione impone un onere che incide sul rendimento dei nuovi investimenti , influenzandone la realizzazione  la dimensione e la dislocazione territoriale (8).
In vigenza degli attuali schemi di tassazione delle rendite finanziarie e fondiarie  l’allocazione di risorse verso gli investimenti in attività reali risulta spiazzata a causa di una matrice dei ratio rischio/rendimento  particolarmente favorevole alle prime.
Inoltre la capacità di intercettare gli incentivi inclusi nei sistemi di tassazione richiede da parte delle imprese il possesso di know-how in materia di pianificazione fiscale di cui normalmente in Italia sono titolari solo le grandi aziende nazionali o le filiali di grandi Compagnie estere.
Viceversa la permanenza di un prevalente tessuto di piccole imprese sembra spiegato dalla distribuzione asimmetrica delle informazioni in favore dei proprietari, dalla debole domanda effettiva e dalla minore probabilità di incorrere in controlli fiscali da parte dell’Amministrazione Finanziaria che, avendo come funzione obiettivo la massimizzazione del gettito, focalizzerebbe lo sforzo accertativo sulle imprese di maggiori dimensioni.
In costanza degli attuali limiti all’espansione della spesa pubblica e dell’odierna fase del ciclo economico una nuova politica fiscale per l’innovazione del sistema d’impresa potrebbe incardinarsi su alcuni dei seguenti fattori :

  1. Rafforzamento degli incentivi fiscali in materia di private equity.
  2. Significativa riduzione del cuneo fiscale per il lavoro dipendente che favorirebbe la crescita dimensionale.
  3. Efficientamento della macchina amministrativa che costituisce secondo la Banca Mondiale uno dei  motivi principali che spiegano il basso livello degli IDE (investimenti Diretti Esteri), rispetto alla media UE.

Precondizione per il successo di qualsiasi misura di politica fiscale è un quadro normativo chiaro e stabile. Una legislazione pletorica e frammentata aumenta i costi di apprendimento e di adeguamento alle regole da parte delle imprese producendo due tipi di effetto:

  1. Rende le conseguenze dei provvedimenti adottati e adottabili di incerta  previsione ,complicando il lavoro di programmazione e progettazione degli interventi.
  2. Incentiva la litigiosità e i comportamenti predatori.

In relazione al secondo punto la situazione del paese segna il passo. Le leggi risultano efficaci solo se accompagnate da un adeguato sistema di enforcement . In Italia tale sistema è fortemente compromesso sia in sede civile che fallimentare costituendo elemento di alterazione del regolare svolgimento delle diverse fasi della vita delle imprese : costituzione, organizzazione, rapporti tra i soci , crisi ed eventuale scomparsa dal mercato, risultando in ultima analisi elemento fortemente distorsivo del fondante principio della concorrenza, che favorisce l’emersione delle aziende a maggiore capacità innovativa e che ha reso il  mercato una formidabile struttura sociale per il progresso economico.

Note:

1 La Repubblica.it 10 Febbraio 2010.
2 J. Stiglitz, In un mondo imperfetto. Mercato e democrazia nell’era della globalizzazione, Donzelli - 2001
3 M. Franzelli M. Magnani, Beneduce, il finanziere di Mussolini - le scie Mondadori 2009
4 L. Wallach M: Sforza, W T O – Feltrinelli 2001
5 A. Graziani, Lo sviluppo dell’economia italiana - Bollati Boringhieri  2000
6 link
7  G. de Blasio F. Lotti , La valutazione degli aiuti alle imprese - Il Mulino, 2008.
8 Rapporto MET, Stato e imprese – Donzelli 2008
9 P. Panteghini, La tassazione delle società – Itinerari Il  Mulino 2009