Il danno non patrimoniale, nel contesto dell’illecito aquiliano, con particolare riguardo alle alterne vicende del danno c.d. esistenziale

di Federico Maria Giuliani

 

1. Ai sensi dell'art. 1173 c.c., come noto, le obbligazioni derivano da contratto, da fatto illecito, e da ogni altro atto o fatto idoneo a produrle in conformità dell'ordinamento giuridico. Da tale disposizione - fondamentale nell'ordinamento (non a caso posta dal legislatore del 1942 in apertura del Libro Quarto del Codice) –, si evince linearmente che esiste una ben precisa dicotomia in materia di fonte delle obbligazioni: da una parte quelle "da contratto" (d'assunzione d'obbligo, verrebbe da dire se non fosse per il calembour, apparentemente tautologico); dall'altra parte quelle che stanno fuori dalla volontà (e dal suo dogma).
In un siffatto angolo prospettico, se per un verso si comprende che il "fatto illecito" è quello di cui agli artt. 2043 ss. c.c., meno immediato è il senso della menzione di "ogni altro fatto idoneo". Al riguardo, senza dilungarsi oltre sul punto,  l'esempio più ricorrente, che al solito si produce, è quello delle promesse di cui agli artt. 1987 ss. c.c., laddove non tutte le promesse medesime, notoriamente, sono obbligatorie, ma soltanto quelle che la legge prevede come tali.

 

2. Sull'illecito civile in quanto tale, va detto anzitutto che la regola/il principio-cardine è predicato dall'art. 2043 c.c. Ivi i punti/elementi clou, sol che si legga il dettato della norma, sono i seguenti:
a) il "fatto" – cioè la condotta, l'evento, l'accaduto, donde il danno scatuirisce;
b) l'elemento soggettivo-psicologico del danneggiante, id est la coscienza e volontà ovvero la colpa siccome negligenza o imprudenza o imperizia, oppure ancora inosservanza di leggi e regolamenti e ordini e discipline (arg. ex artt. 42 s. c.p.);
c) nesso di causalità ("cagiona") tra il fatto/condotta e il danno (arg. ex art. 40 c.- ma con le dovute differenziazioni tra diritto penale e diritto civile, sì come divisate perspicuamente dalla giurisprudenza, da ultimo, nel caso “Ustica”);
d) sussistenza di un "danno", vale a dire una perdita che può essere patrimoniale opere no (cfr. artt. 2058 c., 89 e 96 cpv. c.p.c ; 185 ss. c.p.);
e) "ingiustizia" del danno, e dunque all'essenza prevalenza dell'interesse del danneggiato su quello del danneggiante – per lo più sulla scorta di un'adeguata comparazione degli interessi medesimi in gioco;
f) obbligo del risarcimento del danno, per equivalente ovvero in forma specifica, visto l'art. 2058 c.c.
E va aggiunto che, nel corso degli anni, l'attenzione giurisprudenziale si è spostata, con acume, dall'agente, e dal suo fatto, al danno specificamente inteso.

 

3. Questa essendo, all'imo, la struttura dell'illecito civile, due dei punti più delicati – e più discussi/argomentati – sono stati sempre quelli, di cui supra alle lett. d) ed e), cioè danno e sua ingiustizia: il primo sotto il rispetto della individuazione della sfera non patrimoniale siccome tale; il secondo sotto l'angolo visuale della comparazione degli interessi in giuoco e, in parallelo, di quali siano le posizioni giuridiche protette, onde potere essere reputata "ingiusta" la lesione. Basti, su quest'ultimo punto, il pensare alla "storica" pronunzia delle Sezioni Unite n. 500/1999, la quale ruppe l'argine della non-risarcibilità del danno da lesione d'interesse legittimo cagionata dalla P.A. nell’esercizio delle sue priorità autoritative.
Sotto questo aspetto, sul piano comparatistico UE, all'art. 2043 del nostro Codice Civile fanno riscontro:
a)  l'art. 1383 del Code Civil francese, che si focalizza sull'obbligo del risarcimento del danno, non soltanto "per fatto proprio", ma altresì per "negligenza o [..] imprudenza". Il che evidenzia un parallelismo netto, sul punto, tra i due ordinamenti;
b) il § 823 del buergerlisches Gesetzbuch, facente esplicita menzione del dolo/colpa, nonché della responsabilità senza colpa nei casi preveduti dalla legge (illecito tipizzato). Non solo: la norma in parola incide assai sulla individuazione del tipo di danno risarcibile, facendo riferimento espresso a vita, corpo, salute, libertà, proprietà o altro diritto altrui. Sì che, oltre a una certa quale connessione tra le norme nostrane e quelle tedesche, queste ultime sottolineano finanche quel danno che, da noi, è in qualche modo trattato "dopo" nel codice, e difficoltosamente in via ermeneutica: quello, cioè, non patrimoniale;
c) l'art. 1902 del Codigo ispanico, che mette in evidenza l'azione e l'omissione, quali eventi generatori del danno risarcibile, oltre che l'elemento soggettivo del danneggiante. Anche qui vi è un'allineamento all'interno dei Paesi CE, la qual cosa, specie oggidì, non deve stupire più di tanto (anzi).
Che se poi, sul piano delle fonti normative originariamente internazionali, si volge l'attenzione alla questione dell'illecito civile (ed in specie al danno non patrimoniale), in quel contesto vengono anche in considerazione – last but not least – le seguenti norme internazionali:
a) l'art. 2 del Trattato CE, laddove esso fa riferimento al "miglioramento del tenore e della qualità della vita";
b) l'art. 3 della Carta dei Diritti Fondamentali dell'UE (G.U.C.E. 18 dicembre 2000, n. C364), laddove esso fa menzione della integrità psico-fisica di ogni individuo.

 

4. E' dunque tempo ora, di dire meglio del danno non patrimoniale (danno-evento, in contrapposizione al danno patrimoniale come conseguenza), al quale si è già fatto, supra, un assai breve cenno.
Qui, ciò che è da risarcire non è la perdita pecuniaria in senso stretto – evidentemente -, ma un soffrire, un morire un poco dentro, un rovinarsi, più o meno/per più o meno lungo tempo, l'esistenza.
Il riferimento normativo primigenio va all'art. 185 c.p., il quale non a caso è del 1930, laddove l'art. 2043 è del 1942. E,, peraltro, quello è stato storicamente considerato, in giurisprudenza e dottrina, il caso emblematico di danno non patrimoniale: il danno, cioè, derivante da reato.
Ed invero, sol che si menzioni e si guardi il danno non patrimoniale in quanto tale – sia nelle norme italiane sia in quelle (summenzionate) di altri Paesi UE ed internazionali -, ci si avvede tosto di come sia delicato (e non facile, ed elasticamente problematico) l'individuare esattamente quale sia quella "perdita" non pecuniaria, meritevole di essere risarcita. Ché dire – come si diceva poc'anzi - "soffrire", o "morire un poco dentro", o "rovinarsi l'esistenza", è – a ben vedere – un dire tutto e, nel contempo, non dire nulla: sì che il tutto è ancora da esplorare ed identificare, in punto di quid del danno non patrimoniale.
Al riguardo, storicamente in Italia si è in un primo tempo – nella giurisprudenza – detto, del danno non patrimoniale, quel che segue, in termini di suoi componenti:
a) morale puro (pretium doloris), ovvero patimento interiore, per lo più breve e cagionato dallo "scossone" promanante dall'evento dannoso;
b) alla salute, in senso scientifico e medico-chirurgico – ma non relativo alle spese mediche e di cura, ché quelle attengono chiaramente al danno patrimoniale;
c) esistenziale (se ne dirà, ovviamente, infra).
Dipoi, con le celebri sentenze c.d. di "San Martino" (11 novembre 2008), la Suprema Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, ha rimesso ordine alla materia, restringendo, almeno prima facie, l'area troppo elastica del danno non patrimoniale risarcibile. Ivi, infatti, si è sostanzialmente statuito che:
a) il pretium doloris resta, purché non sia brevissimo e/o bagatellare;
b) il danno esistenziale è "assorbito" all'interno del danno biologico, ché sempre di danno lato sensu alla salute/al benessere trattasi. Qui vi è da opinare che la scienza medica abbia fatto la sua parte evolutivo- persuasiva, concependo vieppiù la sofferenza psichica – rectius psicologica - come autentica patologia classificabile tra i mental deseases in senso lato intesi (continuamente aggiornati nell'apposito classificatore statunitense  (internazionalmente riconosciuto).

 

5. A questo punto della evoluzione giurisprudenziale, viene da domandarsi che ne sia davvero, ora, del danno esistenziale: se, cioè, esso sia stato, davvero, spazzato via del tutto dalle sentenze di San Martino.
E la risposta a questo – più che legittimo – interrogativo, sembra doversi orientare per la negativa.
Anzitutto, infatti, le pregevoli argomentazioni delle Sezioni Unite non hanno statuito la scomparsa del danno esistenziale, quanto piuttosto la sua ricomprensione nel danno biologico – già nella semplice prospettiva di evitare ogni duplicazione di risarcimento, posto che – si è detto – il danno psico-biologico assorbe di per sé il disagio esistenziale.
O meglio, per un verso il danno non-patrimoniale, per essere risarcibile, a questo punto più non subisce il fascino delle teoriche c.d.. "esistenzialiste", ma deve piuttosto passare al vaglio dell'accertamento, in buona sostanza, di una patologia medica. Il che è cosa ben diversa – non v'è chi non lo veda – da un vaporoso, quanto vago e volatile, "danno alla vita di relazione", alla "serenità", o finanche "al diritto alla felicità".
Qui soccorrono evidentemente, nel processo, le C.T.U. ippocratiche, le quali s'incentreranno sul punto se il fatto che, per esempio, il danneggiato non esca più di casa e non abbia più vita sociale, dipenda o meno da una (sopravvenuta) sindrome depressiva o di panico, piuttosto che da mero guizzo vittimistico o - finanche peggio - snobistico.
Poi, naturalmente, il Giudice è perito dei periti, non vincolato punto dalla consulenza stessa, come appunto accade anche nel processo penale (arg. ex artt. 61 c.p.c. e 230 c.p.p.).
La quale cosa, a rigore di logica, nel tema specifico del danno non patrimoniale – peraltro sub specie biologico/esistenziale – è più che mai rigorosa ed equa al contempo, posto che il giudicare sulla malattia "esistentiva" (avrebbe detto Heidegger) non può ridursi invero – sebbene la cosa serva assai – alle illustrazioni degli ippocratici, quasi sempre in disaccordo tra loro, specialmente in neuro-psichiatria.
Ciò lascia spazio discrezionale al Giudice, ma – come ripeto – la cosa può avere una sua ponderata ragion d'essere, a ben pensarci, in subjecta materia, oltre che nel principio secondo cui è il Giudice, al fine, a decidere tutto ex art. 101 Cost. (ivi incluse le materie fatte oggetto di risposte peritali).

 

6. Resta da dire, ritornando all'abbrivio di questo scritto, quale sia il "caso determinato dalla legge", per il danno non patrimoniale ex art. 2059 c.c.; e ciò nella ipotesi del danno biologico - e al suo interno, post sentenze di San Martino, del danno esistenziale.
Sul punto, i referenti normativi, secondo la giurisprudenza, vanno per lo più a norme costituzionali: ai beni della vita, ivi espressamente e fortemente protetti.
Sì che viene in considerazione, ad esempio, l'art. 2 della Carta fondamentale, laddove essa garantisce il diritto inviolabile alle "formazioni sociali" entro le quali – lato sensu – si svolge la personalità umana. Si aggiunga, ancora, l'art. 32 Cost. sulla tutela della salute, come fondamentale diritto dell'individuo – ed altresì interesse della collettività. Poi naturalmente, nei singoli casi concreti, possono bene venire all'attenzione altri predicati costituzionali: si pensi, per avventura, a una lavoratrice assidua la quale è bloccata, per effetto dell'illecito civile, nella sua attività professionale; ebbene, in tale caso ipotetico, a sostegno dell'applicabilità dell'art. 2059, possono soccorrere – oltre alle norme della Carta già mentovate – gli artt. 35 ss. della Costutuzione medesima, e segnatamente il suo art. 37 sul lavoro. E poi ancora, per il danneggiato – ad esempio - impedito nella sua attività imprenditoriale, rileva ancora, a sostegno dell'applicazione dell'art. 2059 c.c., l'art. 41 Cost., oltre che l'art. 35 della Carta medesima (iniziativa economico-imprenditoriale). E a una ipotetica madre la quale, per parte sua, non può più accompagnare i figlioletti a scuola la mattina presto, a cagione del danno biologico, può ben applicarsi il combinato disposto degli artt. 30 Cost. e 2059 c.c. (famiglia).
Non a caso, fu per primo il Giudice delle leggi a sentenziare che l'art. 2059 – più volte citato – è incostituzionale, laddove interpretato nel senso di non tutelare proprio il diritto alla salute: un'apertura teoretico-applicativa immane, questa, nelle "labili frontiere del danno ingiusto" per dirla col Galgano.