La liquidazione coatta amministrativa: aspetti penali

Ubaldo Giuliani Balestrino

 

Recita l’art. 237 del R.D. 16 marzo 1942 n. 267 (forse più noto come Legge Fallimentare) : “L’accertamento giudiziale dello stato di insolvenza a norma degli articoli 195 e 202 è equiparato alla dichiarazione di fallimento ai fini dell’applicazione delle disposizioni del presente titolo. Nel caso di liquidazione coatta amministrativa si applicano al commissario liquidatore le disposizioni degli articolo 228 e 229 e 230”.
Ciò dopo la riforma introdotta dall’art. 99 del decreto legislativo 8/7/1999 n. 270.
Pertanto, la liquidazione coatta amministrativa rende punibili i fatti di bancarotta, tanto commessi prima dell’apertura del procedimento di liquidazione coatta amministrativa quanto quelli che vengono commessi dopo tale apertura. Valgono – al proposito – le stesse considerazioni svolte dalla bancarotta seguita dal fallimento, che è la forma di gran lunga prevalente della bancarotta.
Perciò – anche in caso di liquidazione coatta amministrativa – si ritrova la distinzione tra bancarotta pre-fallimentare e post-fallimentare.
La liquidazione coatta amministrativa è dichiarata – su richiesta di uno e più creditori o della stessa impresa o dell’autorità che ha la vigilanza sull’impresa  dal Tribunale ove l’impresa ha la sede principale.
Il fallimento – ex art. 196 L.F. – esclude il provvedimento di liquidazione coatta amministrativa, analogamente , il provvedimento di liquidazione coatta amministrativa impedisce la pronunzia del fallimento.
Pertanto, la liquidazione coatta amministrativa rende punibili e/o procedibili tutti i fatti di bancarotta esattamente come la declaratoria di fallimento.
Non senza suscitare dispareri in dottrina, la Cassazione (Cass. pen. 19/11/1982, Foro it, 1983, II, 5) ha insegnato che – in caso di bancarotta pre-fallimentare rivelata da liquidazione coatta amministrativa - il delitto sussiste anche se il fatto è commesso da imprenditore individuale.
Quest’orientamento è stato confermato dall’art. 95 n. 1 del 270/1999 che ha equiparato la dichiarazione d’insolvenza (ex artt. 3 e 82 dello stesso decreto legislativo) al fallimento.
Non vi è quindi oggi dubbio sulla responsabilità penale non soltanto dell’imprenditore individuale, ma anche dell’institore.
L’art. 237 L.F. rende applicabili al commissario liquidatore gli artt. 228, 229 e 230 L.F. . L’art. 228 L.F. incrimina l’interesse privato in atti d’ufficio; l’art. 229 L.F:  l’accettazione di retribuzione non dovuta; l’art. 230 L.F.: l’omessa consegna o deposito di cose del fallimento.
Per questi delitti, si rinvia alle trattazioni specifiche.
Ovviamente, essendo il commissario giudiziale pubblico ufficiale, il commissario giudiziale può commettere pure gli altri delitti contro la pubblica amministrazione: in particolare, può commettere peculato.
Il commissario giudiziale può costituirsi parte civile ex art. 240 I co L.F.
L’art. 97 del decreto legislativo 8/7/1999 n. 270 rinvia al solo I co dell’art. 240 L.F.: è quindi indubitabile che il commissario giudiziale può – in caso di liquidazione coatta amministrativa: costituirsi Parte Civile contro l’imputato di bancarotta.
Il fatto che l’art. 237 L.F rinvii (per i fatti rivelati dalla liquidazione coatta amministrativa) a tutte le disposizioni penali della legge fallimentare rende punibili anche fatti del terzo.
Pertanto, è punibile chi simula un credito inesistente per essere ammesso al passivo, secondo la previsione dell’art. 232 I co LF.
Analogamente, sarà punibile (ex art. 232 II co L.F.) tanto la ricettazione post-fallimentare quanto quella pre-fallimentare: la responsabilità penale sussiste, pur trattandosi di reati comuni e non di reati propri.
Perciò, chiunque ( e non soltanto l’imprenditore) può commettere tali reati.
Data la riforma dell’art. 237 L.F., oggi è configurabile anche la responsabilità penale dei collaboratori del commissario giudiziale per i reati che – autonomamente o in concorso con il commissario giudiziale – fossero da loro perpetrati.

Prof. Avv. Ubaldo Giuliani Balestrino
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