Le aste, come strumento di commercio di beni e di servizi

di Alberto Solazzi

L’asta già nell’antichità è stata utilizzata come strumento per vendere oggetti e come mezzo per ottenere il maggiore vantaggio economico possibile. Le più famose aste dell’antichità erano legate alla vendita di schiavi in mercati organizzati periodicamente; il mercante riusciva attraverso questo mezzo di contrattazione a spuntare normalmente prezzi più alti rispetto a quelli che avrebbe potuto ottenere tramite trattativa privata.
Oggi, a causa dello sviluppo che il modo di vendere all’asta ha avuto nei vari secoli, è possibile reperire tramite questo mezzo di commercializzazione qualsiasi bene. Infatti, accanto alla realtà di organizzazioni tradizionali, denominate casa d’asta (alcune delle quali sono sorte un paio di secoli fa), l’avvento delle nuove tecnologie ed in particolare internet hanno creato nuovi canali e, pertanto, lo strumento dell’asta per realizzare transazioni ha trovato un nuovo modo per farsi conoscere e avvicinare nuovi utilizzatori.
La nuova realtà virtuale ha dato avvio alle aste on-line, che non sono solo utilizzate da chi vuol alienare un oggetto, ottenendo il prezzo migliore possibile sul mercato, ma anche dalle imprese, che attraverso questo strumento mettono a confronto i propri fornitori di beni o servizi, al fine di poter spuntare da questi i minori prezzi sul mercato.
Con l’era digitale le aziende di produzione per lo scambio di mercato hanno realizzato siti o hanno acquistato da imprese delle new technology spazi sui siti web nei quali organizzare l’acquisto di prodotti di largo utilizzo e di servizi.
Il modo di vendere all’asta con internet si è in parte modificato, infatti se un’azienda ha bisogno di determinati beni e servizi, può reperirli sul mercato invitando i suoi fornitori su un sito predisposto per lo svolgimento di un’asta.
Gli offerenti, per aggiudicarsi l’appalto di quei beni o quei servizi per i quali è stata predisposta l’asta stessa non fanno rilanci in aumento per incrementare il valore dell’appalto, bensì fanno offerte in diminuzione. 
Chi offre il prezzo più basso per la realizzazione dell’appalto si aggiudica la fornitura. Esempi tipici di questo nuovo fenomeno sono i market place.
Si può quindi parlare di due mondi delle aste: il mondo tradizionale, un luogo fisico, una sede dove si svolge l’asta, organizzata dall’impresa casa d’asta ed il mondo virtuale dove si ha il nuovo fenomeno dei market place e la realtà dei siti che vendono all’asta con il metodo del prezzo al rialzo. Il sito più famoso di vendita all’asta tramite web è E-bay.
Come si evince da quanto detto precedentemente, convivono due realtà che operano con lo stesso sistema di vendita ma in due mondi diversi.
Il problema è ora di determinare quali siano i beni o i servizi acquisibili con queste due modalità; attraverso le aste su internet è possibile acquisire qualsiasi tipo di bene o servizi, mentre le aste tradizionali sono rivolte principalmente al mercato dell’arte, cioè di oggetti artistici. Ad esse si possono affiancare, anche se in misura ridotta, le aste immobiliari, che sono organizzate dai Tribunali a seguito di alcuni procedimenti processuali concorsuali ed esecutivi dalla legislazione civilistica.
Nella seguente tabella si individuano i beni(1) che possono essere oggetto delle aste tradizionali o delle aste on-line:


Beni
Asta    

Convenience goods

Shopping goods

Speciality goods

Beni industriali

Tradizionale

no

no

si

no

On-line

si

si

si

si

Con convenience goods si intendono beni di largo consumo, come ad esempio i giocattoli, i libri, i film, i cd musicali e l’abbigliamento; con shopping goods si fa riferimento a prodotti o servizi che hanno un più elevato prezzo rispetto ai precedenti e sono venduti in negozi specializzati. Basti ricordare i biglietti aerei, i viaggi turistici, l’abbigliamento griffato, i componenti hardware e software per i computer, e l’attrezzatura fotografica. Con speciality goods, si parla di beni che si possono considerare unici, come ad esempio, l’automobile, gli orologi, le opere artistiche, e i mobili d’antiquariato ed infine con beni industriali si individuano i beni o i servizi utilizzati da imprese per “produrre altri beni o servizi o per rivenderli”(2) .
Questo lavoro si vuole occupare principalmente delle aste tradizionali, delineando le caratteristiche principali di funzionamento e svolgimento; tale trattazione verrà proposta nella parte seconda.
Finora si sono delineate categorie di beni oggetti d'asta, attribuendo per ogni categoria la tipologia d'asta con cui è possibile alienarli: è necessario ora descrivere i beni oggetto d'asta. Rifacendosi alla distinzione presentata nella tabella precedente, i beni oggetti di vendita nelle case d’aste tradizionali sono speciality goods o anche beni unici di elevato prezzo.
Per le case d’aste, le speciality goods consistono nelle opere prodotte nel mondo dell’arte.
Il termine “arte” indica “solo le cosiddette belle arti, quelle cioè che avevano uno scopo estetico (la ricerca del bello) (…). In tempi più recenti ci si è reso conto che l’idea di ciò che è bello e di ciò che non lo è può essere molto diverso tra i diversi popoli e anche per uno stesso popolo può cambiare nel tempo Perciò oggi nel campo visivo-figurativo si definisce artistica qualsiasi attività che attraverso le immagini cerchi di comunicare sensazioni, emozioni, sentimenti. Perché davvero si possa parlare di arte e di opera d’arte occorre che l’artista cerchi di dare (e riesca a dare) anche un valore estetico al suo lavoro: l’idea di bello, per quanto mutevole, resta, infatti, legata fortemente all’idea di produzione artistica”(3) .
Si parlerà nei successivi capitali indifferentemente di mercato dell’arte, mercato artistico e mercato del bello proprio per il fattore estetico a cui è legata la produzione che si può definire artistica. Per un’elencazione e per una presentazione puntuale degli oggetti arte battuti all’incanto verrà dedicata un capitolo nella parte seconda di questo lavoro.
Per le case d’aste tradizionali, i beni messi in vendita sono normalmente di valore unitario alto, mentre per le aste on-line la maggior parte degli oggetti venduti ha un basso valore economico. Infatti, tramite lo strumento internet si possono realizzare aste per ogni tipologia di beni; invece, per la case d’aste tradizionali gli oggetti messi all’incanto sono oggetti d’arte.
Le forme teoriche di svolgimento delle aste.
Si presentano qui di seguito le possibili forme(4) di svolgimento delle aste; si possono distinguere le forme standard o tradizionali e le forme sviluppatesi con la nascita delle aste on-line.
Con l’avvento di internet, alla realtà delle case d’aste “tradizionali”, in cui lo scambio economico dei beni avviene in un ambiente fisico, si è affiancata la realtà delle case d’aste virtuali, in cui lo scambio economico dei beni si realizza in un ambiente virtuale, cioè all’interno di un sito web.
Le modalità di svolgimento delle aste standard o tradizionali sono anche applicabili alle vendite all’incanto realizzate sul web, mentre è difficile l’applicazione dei modelli per le aste virtuali a quelle “tradizionali”.
Le forme standard o tradizionali sono:

  • l’asta inglese o al rialzo;
  • l’asta olandese o asta inversa;
  • l’asta al prezzo massimo;
  • l’asta Vickrey.

Le forme sviluppatesi con l’avvento delle aste on-line:

  • power group buying;
  • l’asta stile bazar;
  • quick win;
  • on-line batering.

L’asta inglese o al rialzo è il modello più conosciuto e più utilizzato; si parte da un prezzo minimo fissato dal venditore, che di solito è pari a circa il 40% del valore di stima del bene, e viene gradualmente aumentato dalle offerte crescenti dei possibili acquirenti presenti all’asta. Riesce ad aggiudicarsi il bene l’acquirente che offre l’ultimo prezzo più alto di tutte le precedenti offerte.
In questa procedura ogni acquirente può fare più offerte che sono sempre migliorative rispetto alla precedente.
L’asta all’inglese è il modello utilizzato da tutte le case d’aste tradizionali ed anche in molte aste on-line, ed è il migliore metodo per cercare di spuntare i migliori prezzi a cui vendere un oggetto.
Infatti, è con questa forma di asta che si sono in tutti i settori del mercato del bello aggiudicati beni a valori record riportati anche dai mass-media; ne sono esempi i prezzi di aggiudicazione di Ricasso, Van Gogh, Cezanne e Segantini, che hanno trovato eco nei telegiornali oppure il record di un tappeto russo o di libri antichi, riportati sui giornali finanziari.
L’asta olandese od inversa è l’opposto di quella inglese, poiché il venditore fissa un prezzo massimo per il bene o i beni da licitare. Il banditore riduce gradualmente il prezzo finché non vi è un acquirente disposto ad acquisire il bene all’ultimo prezzo richiesto.
Con questo forma di asta si possono vendere un oggetto unico ed in questo caso ogni offerente può fare solo un’offerta, poiché il primo accettante il prezzo si aggiudica il bene.
Si possono anche alienare più esemplari dello stesso bene: in questo secondo caso gli acquirenti possono dichiarare il numero di esemplari che desiderano all’ultimo prezzo richiesto. Se rimangano ancora disponibili esemplari, altri acquirenti possono aggiudicarsi i pezzi restanti ad un prezzo differente anche minore.
Tale procedura si chiama olandese, poiché è utilizzata per vendere all’incanto i fiori al famosissimo mercato dei fiori, che si tiene giornalmente nel città olandese di Alsmeer, che è la piazza leader a livello internazionale per tale prodotto.
I fiori freschi provenienti dalle serre vengono posti all’incanto, il prezzo di partenza è piuttosto alto e viene fatto scendere a brevi intervalli, ed in qualsiasi momento i commercianti possono scegliere a che valore acquistare un certo quantitativo di piante o fiori. Maggiormente si attende, più il prezzo è conveniente, ma può essere difficile acquisire il quantitativo di beni desiderato.
Questo tipo di asta non consente ad un potenziale acquirente di conoscere le intenzioni degli altri partecipanti presenti all’asta e, per prevenire le loro mosse, il partecipante alla vendita all’asta, pur di acquisire il bene, può offrire un prezzo superiore al valore effettivo dell’oggetto all’incanto.
Questa modalità d’asta non è adattabile a qualsiasi tipologia di beni e normalmente i beni venduti attraverso questa di licitazione sono merci deperibili.
L’asta segreta al prezzo massimo è caratterizzata da un’offerta unica per ogni possibile partecipante, la quale viene scritta su un foglio che viene chiuso normalmente in busta.
Tutte le offerte vengono raccolte e rese pubbliche contemporaneamente, così gli offerenti solo al termine dell’asta vengono a conoscenza di quelle degli altri partecipanti. Chi ha proposto il prezzo più alto in busta chiusa si aggiudica l’oggetto offerto.
Questo tipo di asta è utilizzato normalmente per assegnare alcuni tipi di appalti che riguardano beni complessi. Chi indice l’asta predispone una descrizione puntuale del bene o del servizio da realizzare attraverso il contratto di appalto e fissa un termine entro il quale chi è interessato ad aggiudicarselo deve inviare un’offerta che consiste nella valorizzazione dell’appalto in busta chiusa e nella descrizione di tutte le caratteristiche attraverso le quali si vuole realizzare l’appalto.
Al momento di apertura delle buste, il prezzo offerto non è il solo l’elemento sul quale aggiudicare l’appalto, ma viene confrontato con le caratteristiche di offerta per la sua realizzazione.
I partecipanti a questa forma di asta hanno un’ottima conoscenza del settore per cui vogliono ottenere l’appalto e perciò conoscono anche quale è il valore normale di mercato. Inoltre i partecipanti si conoscono molto bene tra loro.
L’asta Vickrey è principalmente un modello teorico e quasi per nulla utilizzato: il suo svolgimento è molto simile a quello dell’asta al prezzo massimo, ma diverge da questo perchè chi si aggiudica l’asta paga come prezzo l’offerta del secondo migliore offerente.
Il vantaggio di questa forma di asta è dato dal fatto che i partecipanti, sapendo di dover pagare la seconda migliore offerta, sono disponibili ad offrire un prezzo vicino al valore massimo del bene.
Tutti i possibili acquirenti, con questo tipo di asta sono disponibili ad osare di più e perciò il bene venduto si avvicinerà molto al valore massimo che il venditore sperava di ottenere.
Power-group buyng non è propriamente una forma di asta, ma può rientrare nei modelli di asta come strumento per la formazione del prezzo dei beni.
I singoli acquirenti di una categoria merceologica si riuniscono in una associazione per acquisire un certo quantitativo di determinati beni; l’associazione predispone un’offerta per il produttore o il grossista del bene indicando un prezzo per un dato quantitativo di merci; il ricevente l’offerta decide se accettare oppure rifiutare la proposta.
L’asta stile bazar, così chiamata perchè la negoziazione è molto vicina a quella che si svolge all’interno di un suk arabo, è una forma di asta che si può realizzare solamente con le nuove tecnologie. Il venditore, che è anche proprietario del bene, presenta l’oggetto che è intenzionato a vendere al prezzo da lui desiderato; i partecipanti all’asta fanno un’offerta, normalmente di molto inferiore al prezzo richiesto, si apre così una discussione tra venditore ed offrenti, durante la quale ognuno espone i motivi per i quali ha dato quel valore al bene in vendita.
A questo punto, il venditore può decidere di abbassare il prezzo avvicinandosi di poco o di molto ai prezzi degli offerenti: ora tocca agli offerenti decidere se rialzare l’offerta ovvero mantenerla invariata.
In questa asta però il prezzo non è il solo fattore per l’aggiudicazione del bene, ma anche le simpatie ed antipatie nate tra il venditore e gli acquirenti durante la negoziazione: il venditore quindi può scegliere di aggiudicare il bene anche a chi ha offerto un prezzo minore, ma è risultato più simpatico durante la contrattazione. La difficoltà principale per questa forma di asta è la necessità di riunire nello stesso luogo più persone per partecipare alla trattativa che può anche essere di lunga durata, rispetto alle tradizionali aste in cui ogni battuta durata pochi minuti.
Nell’asta quick win si offre un bene ad un prezzo minimo, ma il fornitore fissa un prezzo quick win, cioè il prezzo raggiunto o superato il quale vi è aggiudicazione automaticamente del bene messo all’incanto.
Le offerte successive al prezzo base sono sempre in aumento; chi offre il prezzo quick win vince l’asta e si aggiudica il bene.
Se l’offerta è superiore al prezzo quick win, spetta al venditore decidere se fare pagare il prezzo quick win o il prezzo superiore offerto.
Il modello on-line battering prevede lo scambio di oggetti, cioè chi vende un oggetto è disposto a scambiarlo con un altro di cui necessita; ovviamente vi sono più partecipanti interessati al bene in vendita e perciò vi saranno più offerte al rialzo. Il partecipante che offre l’ultimo rialzo si aggiudica l’asta.
Non essendovi scambio di denaro, con questa tipologia di asta di solito vengono predisposti dei listini che valorizzano i vari beni che sono oggetto di transazione; questi valori vengono però espressi in una valuta virtuale.
La conversione in una valuta virtuale di scambio consente, sia al venditore e sia all’acquirente, di conoscere i valori dei beni che sono oggetto di transazione e di rendere più semplice lo svolgimento della vendita all’incanto.
Quando l’acquirente si aggiudica l’asta, il valore di moneta virtuale offerta per effettuare lo scambio deve essere però trasformata in natura: l’acquirente e il venditore si scambiano il valore del denaro virtuale contenuto nei beni su cui il venditore e l’aggiudicatario si erano accordati in sede dia sta. In questa forma di asta si può parlare di utilizzo della tecnica del baratto, però realizzato attraverso l’impiego delle nuove tecnologie.
Il mercato dell’arte.
Negli ultimi anni gli studi scientifici e la stampa (sia finanziaria che cronicistica) si stanno occupando dell’arte non solamente come elemento estetico, che appaga la personale percezione del bello, ma anche come un settore la cui valorizzazione è apportatrice di valore economico.
L’arte (rectius gli oggetti artistici), dopo i recenti attacchi terroristici, le guerre e le incertezze delle Borse mondiali, si sono dimostrati come beni rifugio, in grado di permettere agli investitori di realizzare investimenti profittevoli, preservando così i propri risparmi.
In momenti di normale andamento del ciclo economico i beni artistici consentono di mantenere e spesso incrementare notevolmente il capitale investito, recuperando ampiamente la perdita di potere d’acquisto della moneta derivante dall’inflazione. E’ sufficiente leggere i giornali, non solo economici, per rendersi conto degli aumenti di valore ottenuti dalle opere d’arte: ne è esempio il record raggiunto nel 1987 dall’opera di Vincent Van Gogh i “Girasoli” che fu aggiudicato a New York, in un’asta organizzata da Sotheby’s, ad oltre 51 miliardi delle vecchie lire al cambio del giorno della battuta d’asta. Trattasi di punte estreme, ma, in generale, si può tranquillamente affermare che nei momenti di ordinarie crisi economiche il mercato dell’arte subisce diminuzioni minori rispetto all’andamento degli altri mercati. Ciò può non essere più vero nei periodi più neri della moderna economia: il magnate del petrolio Paul Getty, con riferimento a quanto accadde negli anni della Grande Depressione del 1929 affermò: “La situazione generale cambiò improvvisamente. Il grande panico, il crash del 1929 ebbe un effetto shock sul mondo dell’arte così come su tutti gli altri settori. I prezzi (…) crollarono a livelli che non sarebbero stati concepibili pochi anni prima o anche solo pochi mesi prima. Così si aprirono straordinarie opportunità di investimento anche per chi si trovava con mezzi relativamente limitati”.
Negli ultimi tempi, molti studi hanno cercato di realizzare degli indici in grado di misurare le performance di alcuni settori del mercato dei beni artistici. Tali indici vengono costruiti utilizzando tecniche statistico–matematiche, proprie del settore finanziario ed utilizzando i risultati delle battute d’aste nel tempo; l’impiego di strumenti matematici applicati all’andamento nel tempo dei prezzi d’asta delle opere d’arte consentirebbe di monitorare e valutare nel tempo l’andamento nel tempo del valore economico dei beni artistici.
Il mercato del bello risponde in ritardo ai cambiamenti economici e politici e lentamente si adatta alle situazioni contingenti; come tutti i mercati ha una ciclicità: dopo i grandi risultati degli anni Ottanta, in cui vi fu una grande effervescenza e si raggiunsero le più alte quotazioni nelle vendite pubbliche, negli anni Novanta si ebbe una crisi profonda che è proseguita fino quasi all’inizio del nuovo millennio, quando, per il settore del bello, si è ridelineato un periodo positivo. La ripresa del settore artistico si è avvertita ancora più forte dopo gli avvenimenti di guerra e gli attacchi terroristici degli ultimi tempi; questi fatti, contrariamente alle aspettative, hanno sospinto i prezzi dell’arte al ritorno ai livelli massimi toccati a metà degli anni Ottanta.
Il primo problema che si deve affrontare è come si determina il prezzo, o meglio il valore, di un bene in un mercato determinato non soltanto da ragioni di investimento, ma molto spesso spinto da ragioni puramente estetiche e di moda. Per determinati oggetti artistici, la rarità ed anche la forte richiesta comportano il raggiungimento di valori estremi; tale motivi, però, non costituiscono una spiegazione esaustiva. Occorre domandarsi perché vi siano artisti, soprattutto del novecento, appartenenti alla stessa corrente artistica e aventi un curriculum molto simile, che hanno quotazioni assai divergenti e diseguali. Ed ancora di più perché possano essere attribuiti valori molto distanti a due o più dipinti dello stesso autore, realizzati nel medesimo anno, con la stessa tecnica e delle medesime dimensioni. Questa elevata diversità di prezzo si può attribuire a fattori esterni all’opera d’arte, come le pubblicazioni su cataloghi, le partecipazioni a mostre, l’”esteriorità” ad essere facilmente attribuita ad un determinato artista, oppure la rarità sul mercato e a fattori ‘interni’ al manufatto, come le caratteristiche di peculiarità che hanno fanno divenire l’artista, secondo gli operatori nel settore, un maestro nel suo genere artistico. Il prezzo o meglio il valore di un bene artistico è, quindi, attribuito sia da elementi esterni, molto spesso legati alle scelte dell’autore in vita o degli operatori che presentano l’opera dopo la morte dell’autore stesso in mostre, gallerie o musei, sia da elementi interni, come la qualità del lavoro o il soggetto trattato, che riescono ad appagare quel gusto del bello che può essere visto solo da un punto di vista soggettivo.
In sintesi, si possono individuare come elementi che determinano la formazione del prezzo o del valore economico di un bene artistico i seguenti punti:

  • la qualità dell’opera;
  • l’expertise;
  • il grado di commerciabilità e di piacevolezza;
  • la forza economica e l’importanza del mercante (principalmente per gli artisti del XX e del XXI);
  • il critico di riferimento (soprattutto per i dipinti del XIX, XX e XXI secolo);
  • il mercato nazionale od internazionale;
  • le pubblicazioni e il curriculum delle mostre;
  • gli investimenti pubblicitari;
  • i collezionisti;
  • il ruolo dei musei e delle istituzioni pubbliche. (5)

Esempio tipico dell’andamento del mercato dell’arte possono essere le quotazioni di Lucio Fontana, maestro dello Spazialismo: dopo i successi avuti con le alte quotazioni degli anni Settanta, proseguiti con i record di aggiudicazione degli anni Ottanta, si è avuta la crisi degli anni Novanta. In tale ultimo periodo si riscontra una diminuzione molto forte delle valutazioni di gran lunga superiore a quella del mercato in generale. Negli anni novanta con centocinquanta-duecentomila euro si potevano acquisire opere di importanza antologica del maestro argentino; agli inizi del nuovo millennio vi è stata una riscoperta di questo autore e del movimento spazialistico, per cui le quotazioni hanno nuovamente raggiunto valori massimi. Si pensi che nel 2008 una sua opera storica è stata battuta da Christie’s(6) per oltre sei milioni e settecentomila euro, diritti d’asta compresi.
Un altro esempio che serve a delineare l’andamento in parte irrazionale del mercato dell’arte sono le quotazioni del pittore Luigi Spazzapan nato a Gradisca di Isonzo, cittadina in provincia di Gorizia, ma torinese di adozione, considerato in vita uno degli artisti di maggior respiro europeo e apprezzato da importanti critici; attualmente ha un mercato prettamente piemontese e con quotazioni normalmente inferiori ai diecimila euro.
Il secondo problema da affrontare è l’individuazione degli operatori del mercato dell’arte, che si può facilmente risolvere e riassumere nella seguente figura(7):

xxxxxxxxxx

Come si evince dalla figura, esistono una pluralità di soggetti, che operano nel mercato. La figura presenta gli operatori più direttamente interessati allo scambio dei beni artistici; bisogna però anche considerare due figure a supporto di tale scambio come i critici e le case editrici le quali sono o hanno settori specializzati nell’ambito del settore artistico.
E’ necessario, per completezza, svolgere una breve analisi di tutti gli operatori del settore, presentando per primi quelli direttamente coinvolti nello scambio dei beni artistici; successivamente saranno considerati quelli a supporto.

L’artista/impresa.
Come si rileva dalla figura, è centrale il ruolo dell’artista/impresa, cioè di colui che realizza il bene che viene venduto sul mercato attraverso due canali: il primo, con un rapporto diretto tra artista/impresa e collezionista o committente privato o pubblico (musei, fondazioni, ecc.), il secondo, con la presenza di un intermediario tra l’artista/impresa e l’acquirente finale. Esso può essere una galleria, un negozio specializzato od anche una casa d’aste.
Attualmente, la casa d’asta non reperisce le opere da licitare solo da privati o da gallerie d’arte ma anche direttamente dagli stessi artisti/imprese che sono interessati a farsi conoscere da un pubblico specializzato e più vasto.
La casa d’aste, soprattutto per artisti con un mercato ristretto locale od anche regionale, può costituire la base di partenza per farsi conoscere dal pubblico non solo a livello nazionale, ma anche a livello internazionale.
Di norma, le gallerie d’arte mettono in vendita opere di artisti viventi o defunti; con i primi stipulano di norma contratti di esclusiva, dei secondi vendono le opere che hanno acquisito in aste, dall’autore stesso quando ancora era in vita o dagli eredi o da scambi con altre gallerie o da privati. Se hanno stipulato accordi con gli artisti o con gli eredi possono inoltre anche difenderne il mercato attraverso la creazione di comitati o fondazioni con il compito di individuare i possibili falsi proposti al mercato stesso.
Il collezionista/committente.
La seconda figura fondamentale è quella del collezionista/committente, uno dei fruitori finali dei beni artistici. Si possono individuare due tipi di collezionista/committente: collezionisti propriamente detti e collezionisti “a tempo”(8) (meglio forse definirli investitori).
Il primo tipo di collezionista è interessato all’arte come piacere edonistico, cioè soddisfazione del bello, ha il piacere di vivere l’arte, di poter conoscere gli artisti e di visitare le mostre.
Per questo tipo di collezionista, l’aspetto economico legato al valore del bene artistico e la profittabilità dell’opera dell’arte è in secondo piano.
Egli trae piacere dal possesso e dalla possibilità di ammirare in esclusiva e dal vivo l’opera stessa; questa remunerazione derivante dall’ammirazione del bello da alcuni autori americani è stata definita “dividendo estetico”(9) .
Il secondo tipo di collezionista/committente è composto da coloro che, per lo più facenti parte dei ceti emergenti, acquistano i beni culturali come status symbol o come investimento, ovvero da investitori che differenziano i propri investimenti sperando di ottenere un ritorno finanziario.
In ogni caso, il collezionista/committente investitore vede il bene culturale non come strumento d’appagamento del gusto estetico, ma come un investimento di differenziazione del proprio portafoglio, sperando di ottenere una profittabilità nel commercio delle opere d’arte.
Questa figura rende attivo il mercato in quanto acquista e vende in modo imprevedibile e solo al fine di ottenere una congrua remunerazione dell’investimento effettuato.
Le loro scelte possono far aumentare la domanda di opere di determinati artisti, con conseguente aumento dei prezzi determinato unicamente da fini speculativi, e poi la possano far contrarre nel momento in cui vendono le opere, lasciando il mercato. Essi hanno spesso una funzione destabilizzante del mercato, che può conoscere forti oscillazioni delle quotazioni sia verso forti rialzi, sia verso rilevanti ribassi.
La galleria d’arte.
Le gallerie sono il principale intermediario attraverso cui si acquistano opere d’arte e normalmente sono specializzate in determinati settori.
Difficilmente una galleria che tratti mobili d’antiquariato o dipinti antichi si interessa di opere d’arte contemporanea o viceversa.
Anzi, può capitare che un antiquario di alta epoca (XVI-XVII) non tratti mobili del XIX secolo, oppure che un antiquario specializzato in libri e stampe antiche non si interessi di mobili antichi.
Fattore fondamentale per l’ottenimento di buoni risultati nello svolgimento dell’attività di gallerista è la fiducia della clientela, la quale si basa sulla più assoluta discrezione sulle opere acquisite dai propri clienti e sulla approfondita conoscenza del settore di opere d’arte in cui si opera.
Diviene così centrale la figura del proprietario della galleria cui ci si appoggia anche per essere consigliati sui possibili acquisti futuri. Si può tranquillamente affermare che in Italia le principali gallerie si trovino ed operino su determinate piazze: Bologna, Firenze, Milano, Roma, Torino e Venezia.
Le fiere 
Le grandi fiere nazionali ed internazionali sono un punto d’osservazione molto importante, poiché, oltre ad attirare gli intermediari del settore ed i collezionisti, divengono un termometro capace di misurare la domanda e l’offerta in un determinato momento sull’andamento delle richieste delle opere degli artisti.
Hanno di solito l’effetto di rafforzare la qualità delle opere offerte, di ampliare a livello internazionale il mercato di un’artista e di favorire i contatti tra i diversi operatori del mercato dell’arte. Generalmente le fiere hanno argomenti tematici, quindi vi saranno fiere dedicate ai mobili e ai dipinti antichi, ai gioielli, ai libri e alle stampe antiche, all’arte moderna e contemporanea.
Le principali fiere italiane, che hanno anche carattere europeo, sono Artissima, che si svolge ogni anno a Torino ed Arte Fiera, che si tiene ogni anno a Bologna.
Le notizie su di esse sono facilmente consultabili dai loro siti internet che riportano il numero dei visitatori per ogni anno in cui si è svolta la manifestazione, il numero degli espositori, la loro provenienza ed anche il nominativo degli artisti o i settori di specializzazione presentati nella fiera.
I musei e le fondazioni
Altra figura che svolge una parte attiva nello scambio di opere d’arte sono le fondazioni e i musei, i quali assumono un ruolo di rilievo nel mercato dell’arte. L’inserimento di un artista all’interno della collezione di un museo o di una fondazione rappresenta il riconoscimento del valore artistico da parte degli esperti del settore, provocando un incremento delle quotazioni delle opere dell’artista stesso. Le acquisizioni di opere d’arte da parte di fondazioni o musei si fonda due scelte di natura operativa: la prima legata alla disponibilità di risorse finanziarie e la seconda di natura metodologica.
Le risorse finanziarie provengono sia dal settore privato sia dal settore pubblico; solitamente le risorse finanziarie per le fondazioni e per i musei provengono dalla gestione del patrimonio lasciato per la sua creazione, da lasciti o da sponsorizzazioni di enti privati o da contributi statali o dall’incasso dei biglietti venduti per visitare le collezioni permanenti e le mostre temporanee allestite nelle proprie sale o dagli affitti delle opere date in prestito per la realizzazione di mostre in altre sedi. Ogni anno di solito nei bilanci previsionali dei musei e delle fondazioni una parte delle risorse finanziarie viene impegnata per l’acquisto di opere che vanno ad incrementare la collezione permanente.
L’aspetto metodologico dell’acquisizione di determinate opere è legato alla caratterizzazione del museo o della fondazione e all’andamento dei prezzi.
Con il primo termine s’intende il criterio generale scelto per l’acquisizione e la collocazione dell’opera d’arte e lo sviluppo del percorso logico con il quale si vogliono presentare al visitatore le opere stesse presenti nel museo o nella fondazione. Se una persona decide di vistare la Galleria d’Arte Moderna di Torino, si attenderà di visitare una mostra permanente che presenti opere legate allo sviluppo della pittura e della scultura del Novecento italiano ed europeo; se decide di visitare il Museo Egizio, sempre a Torino, vorrà visitare una collezione che lo conduca dall’alto regno verso gli ultimi re del periodo dei Tolomei.
Diviene fondamentale per il visitatore capire quale sia il filo logico che unisce e sviluppa la collezione di proprietà di un museo.
L’aspetto del prezzo(10) è legato a due fattori predominanti: difficilmente un museo od una fondazione si muoveranno scegliendo le mode di un momento e acquisteranno autori sovraquotati, rischiando, da una parte di disperdere risorse finanziarie su certi autori, e perdendo dall’altra, la possibilità di acquisire altre opere (magari di maggiore valore storico) a condizioni economiche migliori o, situazione ancora peggiore, avendo disperso le proprie risorse per determinate opere con elevato valore economico non essere in grado di acquisire opere di elevato valore storico dei principali artisti della storia dell’arte a causa della scarsità di risorse finanziarie. La scelta di acquisto di nuove opere in base al valore economico è determinato da un aspetto di convenienza economica, cioè la possibilità di acquisire il bene artistico ad un prezzo inferiore al suo attuale valore di mercato, e dalla disponibilità di risorse finanziarie dell’ente.
La casa d’asta
Strumento importante per il mercato dell’arte è la casa d’aste, che rappresenta il luogo naturale d’incontro tra la domanda e l’offerta, ma è anche il luogo che garantisce la commercializzazione e la circolazione delle opere d’arte. Le case d’aste anticipano i segnali delle tendenze di mercanti, poiché attraverso la pubblicazione dei cataloghi d’asta, consentono al pubblico interessato di conoscere le opere e il loro valore base a partire dal quale verranno licitate nell’asta per cui è stato predisposto il catalogo.
Se l’interesse del pubblico è alto, può accadere che il prezzo di aggiudicazione del bene artistico sia superiore alla quotazione riportata sul catalogo d’asta. Tale maggiore valore pagato in sede di licitazione è la prima avvisaglia di un incremento dei prezzi delle opere sul mercato.        
E’ esemplificativo della capacità di anticipare i movimenti di mercato, il fatto accaduto nel mese di ottobre del 2003 con un’opera storica del maestro Mimmo Rotella, esponente della Pop Art Italiana, durante un’asta londinese.
L’opera valutata duecentomila-duecinquantamila euro è stata aggiudicata per un valore di 733.000,00 euro (11); questa attribuzione record ha spinto nell’arco di una settimana a raddoppiare la valutazione di tutte le opere del maestro sul mercato.
Le figure a supporto del mercato dell’arte: i critici e le case editrici.
I critici d’arte sono gli studiosi dell’arte, generalmente professori universitari, che si sono specializzati in determinati settori.
Il critico d’arte spesso non è solo il soggetto che recensisce mostre o redige il testo di pubblicazioni o di cataloghi generali di un artista, ma è molto spesso consulente od organizzatore di eventi. Inoltre, sono gli esperti che rilasciano le certificazioni di autenticità nei vari settori di loro competenza.
Il critico può essere considerato una figura di supporto, poiché è colui che consiglia e propone gli artisti e le opere da esibire nelle mostre pubbliche od in galleria, e da acquistare, sia ai collezionisti sia ai musei e alle fondazioni.
Soprattutto per i giovani artisti, la recensione positiva o l’essere appoggiati da un importante critico può vuol dire ottenere il successo e poter allargare il proprio mercato dal livello locale a quello nazionale o, se particolarmente fortunati, a livello internazionale.
Molte case editrici hanno un settore specializzato nella pubblicazione di cataloghi generali o di mostre. Un esempio è Electa, il settore specializzato in opere d’arte della casa editrice Einaudi; altre, al contrario, sono solamente impegnate nel campo artistico. Ne sono esempi Taschen e Allemandi.
La pubblicazione di un’opera d’arte su un catalogo garantisce l’autenticità dell’opera, poiché prima di essere riprodotta verrà attentamente esaminata dagli esperti di quel settore artistico, che collaborano in modo stretto con l’editore per la pubblicazione; inoltre, l’opera pubblicata aumenta di valore.
L’incremento di valore delle opere pubblicate su cataloghi è dovuto a due cause fondamentali: la maggiore sicurezza dell’autenticità dell’opera e la consapevolezza che quella opera è stata considerata rappresentativa della produzione artistica di un autore.
Qualsiasi collezionista/committente avrà desiderio di vedere le opere di sua proprietà riprodotte in cataloghi di mostre e in cataloghi generali che riassumano la raccolta, la catalogazione e la razionalizzazione del mercato di un artista. In un catalogo generale vengono inserite tutte le opere che hanno superato un esame e una verifica attenta da parte degli esperti e ciò consente di ripulire il mercato dai falsi presenti su di esso e garantire agli acquirenti l’autenticità delle opere poste in vendita dagli operatori specializzati.
Brevi cenni storici sulle aste.
Le prime tracce(12) delle moderne aste si trovano negli scritti dello storico greco Erodono che lascia testimonianze di come intorno al 500 A.C., nell’antica Babilonia le donne in età da marito venissero messe all’asta durante il mercato che si svolgeva ogni anno. Il prezzo a cui veniva assegnata una ragazza era funzione della bellezza, più una ragazza era bella più alto era il prezzo pagato.
Altre testimonianze dell’utilizzo del sistema dell’asta si ritrovano all’epoca di Omero; in quel tempo nacquero le prime aste di schiavi. Il maggiore mercato degli schiavi dell’antica Grecia si teneva nell’isola di Delo, per il mito cara al dio Apollo, poiché considerato suo luogo di nascita, dove sorgeva il suo più importante tempio della Grecia.
Le aste, come forma di commercio dei beni, utilizzata su vasta scala dai commercianti, furono introdotte anche nell’impero romano ed ebbero un grande successo. L’asta era lo strumento utilizzato dai soldati romani per vendere al migliore offerente i bottini di guerra, ottenuti con le vittorie sui campi di battaglia. Il soldato romano era l’unico soldato a quel tempo che svolgeva questa attività in modo professionale e retribuita.
Il comandante in capo, che fosse risultato vittorioso in guerra, concedeva al soldato ritiratosi dal servizio, un premio, il quale rappresentava un riconoscimento per la fedeltà dimostrata. Il premio consisteva nel bottino raccolto al termine di ogni guerra vinta, composto di schiavi, cioè i soldati, le donne e i bambini della popolazione sconfitta, di denaro e di oggetti che venivano requisiti alle popolazioni sconfitte.
Il soldato romano aveva perciò necessità di trovare un mezzo che gli permettesse di massimizzare il profitto legato alla vendita degli schiavi e degli oggetti ottenuti.
Le aste nella Roma antica si svolgevano in una parte del foro chiamato “atrium auctionarium” e vi si potevano individuare quattro figure principali: il “dominus”, il proprietario degli oggetti da vendersi all’asta, l’”argentarius”, che si potrebbe assimilare al proprietario di una casa d’asta, ed era colui il quale aveva i mezzi finanziari per organizzare e realizzare l’asta, il “praeco”, l’attuale banditore d’asta, il quale pubblicizzava e gestiva l’asta stessa durante il suo svolgimento, infine l’”emptor”, la persona che si aggiudicava il bene posto in vendita tramite asta.
Non si conoscono le modalità di svolgimento dell’asta nell’impero romano, ma si può ritenere che si trattasse di asta al rialzo, con partenza da un prezzo base, ed offerte di acquisto con valore crescente e aggiudicazione al migliore offerente.
Per capire l’importanza che avevano le aste nell’antica Roma, basti ricordare la leggenda che narra come nel 193 A.C. il senatore Didio Juliano tentò di acquistare tutto l’impero dai pretoriani, le guardie fedeli poste a difesa estrema della persona dell’imperatore, che uccisero l’imperatore Pertinace e posero in vendita tutto l’impero.
Chi si sarebbe aggiudicato l’asta per l’acquisizione avrebbe avuto in cambio il trono imperiale, con la sola clausola di garantire la sicurezza dell’impero stesso.
Il senatore fece varie offerte alle guardie pretoriane, che le rifiutarono; egli continuò a proseguire nelle offerte al rialzo fino a fare un offerta di 6.250 dracme per ciascuna guardia (corrispondenti oggi a circa 14 milioni di euro), riuscendo così a vincere l’asta, e ad aggiudicarsi l’impero.
Il senatore Didio Juliano rimase però solo due mesi sul trono imperiale perché fu sconfitto e ucciso dalle truppe di Settimio Severo. In ogni caso, Didio Juliano è considerato il patrono delle aste.
Anche sotto altri imperatori la vendita all’asta fu sempre molto popolare, specialmente con l’imperatore Caligola divennero particolarmente popolari, che capì il desiderio delle persone di fare un’offerta per un bene, di riuscire così ad ottenerlo nella speranza di aver realizzato un buon affare. Furono così poste le basi per la diffusione a livello mondiale delle aste, così come sono oggi.
Decaduto l’impero romano, le aste ebbero un periodo di oblio; infatti, per più di un secolo non furono quasi usate come strumento di vendita di oggetti. Solo nel basso Medioevo si hanno nuove tracce del loro utilizzo come strumento di vendita, con oggetto principalmente la vendita degli schiavi.
Il recupero dell’asta come mezzo di vendita generalizzato si ebbe solo nel XVI secolo, quando il Re di Francia emanò un decreto per la nomina di huissers priseurs, cioè inviati del re per la stima, conferita ad un ristretto gruppo di persone, che diventavano ufficiali pubblici con il compito di stimare e di vendere le proprietà delle persone defunte secondo le ultime volontà del defunto stesso o degli eredi.
L’asta si svolgeva con la regola al ribasso, pertanto da un prezzo massimo e con valori via via decrescenti: il primo che offre il prezzo richiesto si aggiudica i beni.
I compiti di realizzazione e svolgimento dell’asta erano divisi tra due persone il bailiff, l’inviato del re, che aveva il compito di effettuare l’inventario e di descrivere con tutte le loro caratteristiche i beni che sarebbero stati licitati e l’auctioneers, il banditore colui che svolgeva l’asta, scandendo le offerte e aggiudicando il bene all’offerente il prezzo stabilito. L’asta si svolgeva sulle proprietà del defunto e poco tempo dopo la sua morte.
Fino al 1712 furono posti all’incanto solo determinati beni e solo in quell’anno fu indetta la prima asta pubblica dove furono poste in vendita svariate tipologie di beni; l’organizzazione di questa prima asta generale è stata attribuita a Pierre Antoine Matteus.
Queste aste che vennero dapprima realizzate in luoghi pubblici all’aperto, solo nel XVIII secolo si trasferirono in locali chiusi.
Tra la fine del XVI secolo e il XVII secolo in Olanda si svolsero le prime aste di oggetti d’arte, nelle quali si potevano acquisire dipinti e stampe. In quei secoli l’Olanda era una delle potenze commerciali dell’Europa e i ricchi mercanti avevano l’abitudine di ornare le loro dimore con capolavori di pittori come ad esempio Rembrandt, Bosch, i Brughel, Vermeer, Van Dyck, e Van Eyck e molti altri artisti non solo di origine fiamminga ma anche italiana.
L’asta si svolgeva con la medesima modalità francese vista in precedenza: si iniziava con un prezzo stabilito che veniva man mano ribassato fino a quando qualcuno non si dichiarava disponibile di pagare l’ultimo prezzo offerto. Questo tipo di effettuazione dell’asta prenderà il nome di “asta olandese”.
Nel 1604 grazie ad un’asta si sviluppò la moda e la passione delle porcellane cinesi; infatti, la flotta olandese, dopo aver catturato un’imbarcazione portoghese, che utilizzava come zavorra alcune tonnellate di porcellane provenienti dalla Cina, mise all’asta il bottino ottenuto dalla cattura e furono poste all’incanto anche tali porcellane. Per questo motivo si scatenò in tutta l’Olanda la passione e la moda per questi oggetti.
L’utilizzo dell’asta come mezzo di vendita di beni è riscontrabile in Cina; le prime tracce delle aste svolte nello stato cinese si hanno intorno al 1600. Le aste erano organizzate e promosse dai templi e dai monasteri buddisti come strumento per raccogliere offerte per il sostentamento dei monaci e la cura dei luoghi di culto.
I beni personali di ogni monaco defunto venivano licitati e il compito di banditore era affidato ad un altro monaco, il cui compito non era quello di attribuire l’oggetto a chi se lo aggiudicava, ma soprattutto di tranquillizzare gli animi di chi si lasciava travolgere dall’entusiasmo della gara.
In Cina, sono nate anche le aste a stretta di mano, in cui i possibili acquirenti si dispongono a semicerchio intorno al banditore e a turno gli stringono la mano. Le mani del banditore e dell’offerente sono coperte da uno scialle nel momento in cui si stringono, così gli altri offerenti non vedono le offerte fatte con le dita; chi fa l’offerta più alta si aggiudica l’asta.
Non si può tracciare una breve storia sullo sviluppo delle aste senza ricordare la realtà della Gran Bretagna, dove nacquero poi le due attuali maggiori case d’aste a livello internazionale.
In Inghilterra ed in Scozia le prime aste si svolsero alla fine del XV° secolo, sotto il regno di Enrico VII ed erano conosciute con il nome “roup”.
Solo nel 1688 crebbe la loro popolarità, quando divenne re Guglielmo III d’Orange, originario dell’Olanda, a causa dell’estinzione della casata reale inglese per mancanza di eredi successori diretti.
Sulla base della popolarità raggiunta in Olanda il nuovo re spinse per il rafforzamento delle aste come strumento di vendita di oggetti. Nuovo stimolo alla loro estensione si ebbe dieci anni dopo con la necessità di alienare le grandi masse di beni di grande valore provenienti dalle Indie Orientali.
La modalità utilizzata per la vendita all’incanto era l’asta a candela, durante la quale veniva accesa una candela alta un pollice, circa cm. 2,54, e i potenziali acquirenti facevano le loro offerte: chi riusciva a fare l’offerta più alta prima che si spegnesse la candela si aggiudicava il bene messo all’incanto.
Tutti gli oggetti più vari potevano essere aggiudicati con questa asta ed, infatti, furono venduti all’incanto anche navi. Tutto ciò e anche la proverbiale propensione degli inglesi a scommettere, poiché l’asta può essere vista come una scommessa chi riesce a fare l’offerta più alta prima dello spegnimento della candela, accrebbe di molto la popolarità dell’asta.
La debolezza del metodo a candela era la non sempre facilità di individuare chi avesse fatto l’offerta più alta prima che si spegnesse la candela e questa incertezza poteva creare litigi tra gli ultimi offerenti.
Fu lo scrittore britannico William Warner che coniò l’attuale termine inglese “auction” per indicare l’asta, parola che sostituì la precedente “roup”.
Egli la inventò durante la traduzione di un brano del commediografo Plauto: infatti, egli doveva tradurre la parola “auctionem” e decise di togliere la desinenza “em”, ottenendo la parola “auction” che fu così introdotta nella lingua inglese. L’etimologia della parola latina deriva dal verbo “augere” che significa aumentare, che bene si addice all’asta inglese in cui le offerte sono in aumento.
Nel XVIII secolo in Inghilterra erano molto di moda le aste di opere d’arte e di libri: nascono in questo secolo le due maggiori case d’aste tuttora operanti, Sotheby’s e Christie’s.
La casa d’aste Sotheby’s fu fondata nel 1744 a Londra da Samuel Baker che organizzò la prima per la vendita della biblioteca di un certo Sir John Stanley, che conteneva varie centinaia di libri rari e preziosi. Dalla vendita all’asta Samuel Baker incassò alcune centinaia di sterline; si pensi che un libro, “The Gospels of Henry The Lion” aggiudicato in quell’asta, sarebbe stato licitato duecento anni dopo raggiungendo il prezzo di aggiudicazione di 8 milioni di sterline. La casa d’asta assunse il nome attuale solo alcuni anni dopo, quando al fondatore subentrò un suo cugino, John Sotheby.
Christie’s fu fondata nel 1766 da James Christie a Londra al fine di mettere in vendita oggetti d’arte, diventando così in quegli anni la prima casa d’aste per le opere d’arte. La notorietà delle case d’aste si sviluppò in tutto il territorio inglese poiché i più grandi artisti del diciottesimo secolo come Sir Joshua Reynolds, Thomas Chippendale e Thomas Gainsborough, che realizzò il ritratto del fondatore della casa d’aste, attualmente conservato al John Paul Getty Museum di Los Angels, decisero di utilizzare la casa d’aste per esporre e vendere le proprie opere.
Con il passare del tempo, le due case d’aste ampliarono la loro offerta, non limitandosi solo ai libri e ai quadri ma di tutti i settori dell’arte.
L’espansione delle due case d’aste inglese nel tempo e la nascita di nuove case d’aste è dovuta ad una maggiore ricchezza diffusa ed all’ampliamente della clientela che si avvicinava alle aste.
Nel diciannovesimo secolo le aste si svolgevano a livello locale e i potenziali clienti avevano difficoltà a raggiungere il luogo di svolgimento dell’incanto; soltanto i ricchi potevano, poi sostenere i costi di viaggio e di soggiorno nel luogo dell’asta e pagare il prezzo elevato per l’acquisizione di oggetti d’arte unici e di autori famosi.
In Italia solo nel 1959 nasce la prima casa d’aste “Finante”, fondata sotto forma di società per azioni con una ristretta compagine azionaria; l’idea di creare questa realtà fu del Dott. Gian Marco Manusardi, proprietaria della banca omonima poi ceduta all’Eni. Finante S.p.a. diverrà l’unica casa d’aste italiana che si può considerare con respiro internazionale.
Le rilevazioni contabili della vendita all’asta
Per completezza di trattazione si mostrano le scritture contabili che l’imprese case d’aste registrano nei vari momenti di svolgimento della propria attività economica.
Si possono individuare quattro momenti principali:

  • disponibilità dell’opera d’arte per essere venduta all’incanto;
  • aggiudicazione all’asta dell’opera;
  • incasso del prezzo dall’acquirente e pagamento del netto dovuto al venditore;
  • rilevazione dell’Iva.

La prima fase dell’attività economica coincide con la disponibilità dell’opera d’arte per la casa d’aste.
A tal proposito occorre distinguere, se la disponibilità del bene è a titolo di affidamento o a titolo di proprietà.
Nel primo caso l’impresa ha la disponibilità di un bene di cui, non è proprietaria, poiché tra venditore e casa d’aste è stato stipulato un contratto di mandato per la vendita.
L’azienda perciò in contabilità deve dare l’informazione di avere un bene al suo interno di cui, però non ha acquisito la proprietà. A tal fine utilizzerà i sistemi di scrittura impropri o conti d’ordine, così chiamati perché “i due aspetti sotto i quali vengono osservati i fatti amministrativi non sono entrambi utili per le informazioni collegate alla registrazione in discussione”(13).
Nella situazione specifica si utilizza il sistema improprio dei beni altrui, che riguarda i movimenti di beni di terzi che si trovano, a qualunque titolo, presso l’impresa cui si riferiscono le scritture.
Il valore a cui verrà rilevato il bene di terzi presso l’impresa è il prezzo di riserva, risultante nel contratto di mandato e concordato tra l’impresa e il venditore.
La scrittura contabile risulterà essere, ipotizzando un prezzo di riserva pari a 1.000:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Opere di terzi presso di noi

 

a

 

Terzi c/opere di terzi presso di noi

 

 

1.000

 

 

 

 

 

 

 

Al momento dell’affidamento del bene, può intercorrere l’accordo tra il venditore e la casa d’aste, che prevede la corresponsione da parte dell’impresa di un anticipo immediato sul prezzo di riserva, prima della messa all’asta del bene (spesso tale somma è determinata pari al 20% del prezzo di riserva).
L’impresa in contabilità registrerà l’uscita monetaria e il sorgere del credito verso il venditore.
La scrittura sarà così strutturata:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Crediti vs. mandante

 

a

 

Banca c/c

 

 

200

 

 

 

 

 

 

 

Nel secondo caso l’impresa che ha la disponibilità del bene a titolo di proprietà, poiché ha acquistato l’opera, rileverà il debito nei confronti del venditore e il costo di acquisto, che viene supposto pari a 1.000.
La scrittura contabile sarà quindi:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Merci c/acquisti

 

a

 

Debito vs. fornitori

 

 

1.000

 

 

 

 

 

 

 

Nella fase successiva, quando l’oggetto artistico verrà messo in vendita all’asta e verrà aggiudicato, se l’oggetto venduto era di proprietà della casa d’aste, questa rileverà il sorgere del credito nei confronti del cliente, con contropartita il prezzo di aggiudicazione, vero e proprio ricavo, i diritti d’asta comprensivi dell’Imposta sul Valore Aggiunto, calcolati applicando una percentuale prefissata dall’azienda sul prezzo di aggiudicazione ed eventuali spese accessorie all’acquisizione dell’oggetto.
La scrittura contabile risulterà essere, presupponendo una battuta pari a 2.500, diritti d’asta pari al 20% del prezzo di battuta e spese di consegna dell’importo di 100:

 

 

Crediti vs. clienti

a

Diversi

 

3.100

 

 

 

a

Ricavi di vendita

2.500

 

 

 

 

a

Ricavi per diritti d’asta

500

 

 

 

 

a

Rimborso spese consegna

100

 

La casa d’aste dovrà,poi, ricordarsi di rilevare in contabilità il sorgere del debito nei confronti della Siae per il diritto di seguito (droite de suite), calcolato sul prezzo di aggiudicazione del bene (per il nostro esempio di ammontare pari a 10); quindi dovrà procedere ad effettuare la seguente scrittura contabile:

 

 

 

Ricavi di vendita

 

a

 

Debito vs Siae

 

 

10

 

 

 

 

 

 

 

Se invece il bene aggiudicato era stato dato in affidamento all’impresa, questa rileverà il sorgere nei confronti dell’acquirente di un credito il cui ammontare è dato dalla somma del prezzo di aggiudicazione, dei diritti d’asta, calcolati applicando una percentuale fissata dall’azienda sul prezzo di aggiudicazione e di tutte le altre spese accessorie. Nello stesso momento, sorge nei confronti dell’affidante il debito per il prezzo di vendita dell’opera, decurtato dei diritti per l’intermediazione determinati applicando al prezzo di aggiudicazione la percentuale prevista nel contratto, e delle altre spese.
La scrittura contabile, presupponendo una battuta pari a 2.500, diritti d’asta pari al 20% del prezzo di battuta e spese di consegna dell’importo di 100, sarà quindi:

 

 

Crediti vs. clienti

a

Diversi

 

3.100

 

 

 

a

Debiti vs. mandante

2.500

 

 

 

 

a

Ricavi per diritti d’asta

500

 

 

 

 

a

Rimborso spese consegna

100

 

 

L’impresa rileverà quindi la diminuzione del debito nei confronti del mandante per la contabilizzazione dei ricavi, relativi ai diritti d’asta per il servizio prestato (ad esempio 15% sul prezzo di aggiudicazione) ed ai rimborsi spese di spese varie sostenute per la messa in asta dell’oggetto (si suppongono rimborsi spese di assicurazione pari all’1% del prezzo di riserva) ed al diritto di seguito (droite de suite) per un ammontare di 10.
La scrittura contabile risulterà essere:

 

 

Debiti vs. mandante

a

Diversi

 

395

 

 

 

a

Ricavi per diritti d’asta

375

 

 

 

 

a

Rimborso spese assicurazione

10

 

 

 

 

a

Debito vs Siae

10

 

 

Il “diritto di seguito” (droit de suite) consiste nel diritto dell’autore di opere, classificabili nelle arti figurative, e di manoscritti a ricevere una percentuale sul prezzo di vendita delle proprie opere nelle transazioni di vendita successive alla prima.
Tale diritto è stato introdotto nell’ordinamento italiano con il decreto legislativo n.118 del 13/2/2006 “Attuazione della direttiva 2001/84/CE, relativa al diritto dell'autore di un'opera d'arte sulle successive vendite dell'originale”, pubblicato nella G.U. serie generale n. 71 del 25/3/2006 e in vigore dal 9/4/2006. Tale delega era stata data al Governo con la Legge 1 marzo 2002, n. 39 “Disposizioni per l’adempimento di obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia alla Comunità Europea-Legge comunitaria 2001 ”, al fine di recepire e dare attuazione alla Direttiva 2001/84/CE, che introduceva all’interno della legislazione europea il “diritto di seguito”.
Questa percentuale, determinata sul prezzo delle vendite delle opere successiva alla prima, deve essere corrisposta dal venditore, nel caso in cui intervenga nella transazione, a qualsiasi titolo, un professionista del mercato dell’arte. Dovranno esservi assoggettate tutte le transazioni di vendita in cui prendano parte gallerie, case d’asta o mercanti d’arte, mentre non saranno soggette al diritto di seguito le cessioni di opere effettuate direttamente tra privati. L’ammontare del diritto è determinato in percentuale per scaglioni decrescenti sul prezzo di cessione dell’oggetto.
La legge così determina i diversi scaglioni per l’applicazione del diritto di seguito:

  • 4% per la parte del prezzo di vendita compresa tra € 3.000,00 e € 50.000,00;
  • 3% per la parte del prezzo di vendita compresa tra € 50.000,01 e € 200.000,00;
  • 1% per la parte del prezzo di vendita compresa tra € 200.000,01 e € 350.000,00;
  • 0,5% per la parte del prezzo di vendita compresa tra € 350.000,01e € 500.000,00;
  • 0,25% per la parte del prezzo di vendita superiore a € 500.000,00.

La norma, stabilisce, che sono assoggettate a tale diritto transazioni pari o superiori ad €. 3.000, prevedendo l’esenzione per la vendita di opere da parte dell’operatore professionale, acquistate direttamente dall’autore nei tre anni precedenti ed il prezzo di cessione non sia superiore ad € 10.000,00. La legge prevede inoltre che l’importo del diritto di seguito per ogni singola transazione non possa essere superiore a €. 12.500 e che sia via la presunzione di effettuazione della cssione di un oggetto d’arte oltre i tre anni dell’acquisizione direatta dall’artista se non viene fornita prova contraria.
La legge considera opere d’arte, le creazioni originali dell'artista, quali ad esempio dipinti, collages, disegni, incisioni, stampe, litografie, sculture, arazzi, ceramiche, opere in vetro, fotografie e tutti quegli esemplari che possono essere considerati come opere d’arte e che hanno la caratteristica di essere originali, ed anche i manoscritti.
La norma prevede che l’ente proposta alla gestione ed all’incasso del diritto sia la SIAE; l’incasso avviene per conto di tutti gli artisti anche se non associati all’ente.
La SIAE dovrà riconoscere il diritto di seguito agli artisti per tutta la durata della loro vita ed ai loro eredi sino al sesto grado di parentale per i settanta anni successivi alla morte dell’autore.
Dopo aver registrato il sorgere del debito nei confronti del mandante, l’azienda dovrà, nel caso avesse corrisposto un anticipo sul prezzo di riserva, stornare il credito sorto in precedenza e diminuire per il medesimo ammontare il debito sorto nei confronti del mandante.
La scrittura contabile risulterà essere:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Debiti vs. mandante

 

a

 

Crediti vs. mandante

 

 

200

 

 

 

 

 

 

 

Nella terza fase l’impresa otterrà il pagamento da parte del cliente dell’ammontare dovuto, corrispondente alla somma del prezzo di aggiudicazione del bene aumentato dei diritti d’asta comprensiva di Imposta sul Valore Aggiunto e delle spese accessorie, che nella maggioranza dei casi sono le spese di trasporto.
Si avrà una scrittura contabile, come quella sotto riportata:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Banca c/c

 

a

 

Crediti vs. clienti

 

 

3.100

 

 

 

 

 

 

 

Nel momento in cui l’acquirente paga l’importo dovuto, acquisisce il titolo di proprietà del bene, l’oggetto non trovandosi più all’interno dell’azienda e  cessata la funzione dei conti d’ordine, si dovrà procedere con la seguente scrittura contabile:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Terzi c/opere di terzi presso di noi

 

a

 

Opere di terzi presso di noi

 

 

1.000

 

 

 

 

 

 

 

Sempre nella terza fase l’azienda entro il termine previsto  nelle condizioni di partecipazione all’sta, al mandante l’importo a cui è stato aggiudicato l’oggetto, al netto dei diritti d’asta, dell’anticipo, del diritto di seguito e delle spese accessorie, che nell’esempio utilizzato sono premi di assicurazione per incendio e furto.
La scrittura contabile risulterà perciò essere:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Debiti vs. mandante

 

a

 

Banca c/c

 

 

1.905

 

 

 

 

 

 

 

Nella quarta fase l’impresa provvederà periodicamente, mensilmente o trimestralmente, a calcolare l’Imposta sul valore Aggiunto sulle singole operazioni effettuate, applicando il regime speciale del margine, previsto per le case d’aste dall’art. 40 bis del Decreto Legge n. 41 del 1995.
Questo “regime denominata del margine deriva dall’applicazione di una direttiva comunitaria che ha come scopo quello di evitare fenomeni di doppia o reiterata imposizione connessi al commercio di beni usati, ceduti ad un soggetto passivo d’imposta per la successiva rivendita, con conseguente ulteriore imposizione ai fini dell’Imposta sul Valore Aggiunto(14) ”. La Direttiva Comunitaria n. 94/5/CE infatti per evitare la possibilità delle doppia imposizione non prevede l’applicazione del metodo ordinario di deduzione dell’imposta, quello definito “imposta da imposta”, ma impone l’utilizzo del metodo alternativo di deduzione chiamato “basa da base”. Con l’applicazione del metodo “base da base” l’imposta è calcolata sul guadagno, cioè il margine netto derivante dall’operazione di cessione del bene usato.
La normativa disciplina tre diversi metodi, di seguito brevemente analizzati:

  • metodo analitico del margine: con questa metodologia la base imponibile sulla quale è determinata l’imposta è calcolata come differenza tra prezzo di vendita del singolo bene ed il prezzo di acquisto dello stesso, incrementato delle spese direttamente afferenti l’operazione;
  • metodo forfetario del margine (previsto solo per alcune categorie di soggetti o per prodotti particolari): con tale metodologia la base imponibile sulla quale è quantificata l’imposta, deriva dall’applicazione di una percentuale forfetaria sul prezzo di vendita. Tale percentuale è prevista nella misura del 60% per gli oggetti dei quali manca il prezzo di acquisto, poichè irrilevante o non determinabile, nella misura del 50%  per le cessioni, di oggetti venduti da ambulanti, di francobolli o di collezioni di francobolli, di componenti derivanti da demolizione e di libri di antiquariato, realizzate in sede fissa;  
  • metodo globale del margine: con tale metodologia la base imponibile sulla quale è conteggiata l’imposta, è determinata periodicamente, mensilmente o trimestralmente, come differenza tra la massa delle operazioni di vendita e la massa delle operazioni di acquisto. Tale metodologia può essere adoperata da chi svolge attività abituale di commercio in sede fissa di veicoli usati e di oggetti da collezione e per la vendita di pezzi di ricambio, derivanti da attività di demolizione, di prodotti di abbigliamento, di beni acquisiti in stock come insieme unitario e con prezzo indifferenziato e per i beni di costo inferiore ad €. 516,46.

La modalità di calcolo adottata per la determinazione dell’Imposta sul Valore Aggiunto per le case d’aste coincide con l’applicazione del metodo del margine analitico, ex art. 36, comma 1 del Decreto Legge n. 41 del 1995.
Tale modalità di calcolo prevede la quantificazione dell’imposta su ogni singola cessione di beni, determinando la base imponibile lorda quale differenza tra “il prezzo dovuto dall’acquirente (comprensivo delle commissioni e delle altre spese accessorie addebitate dalla casa d’aste) e l’importo corrisposto al committente” (15), che è pari al prezzo di aggiudicazione del bene al netto della commissione e delle spese accessorie.
Nel caso di vendita di beni con funzione di intermediario da parte della casa d’aste, l’imposta sarà determinata quindi con il regime del margine come differenza tra il prezzo da incassare nei confronti dell’acquirente (determinato come somma tra il prezzo di battuta dell’opera, dei diritti d’asta e degli eventuali ulteriori rimborsi richiesti) ed il prezzo da corrispondere al venditore al netto dei diritti d’asta a suo carico e degli eventuali ulteriori oneri accessori. Nell’esempio precedentemente utilizzato, il prezzo dovuto dall’acquirente è pari a 3.100, che è così quantificato:  2.500 per il prezzo di battuta dell’opera, 500 per i diritti d’asta e 100 per il rimborso spese di trasporto, mentre il corrispettivo da corrispondere al committente è pari a 2.105, calcolato nel modo seguente: 2.500 prezzo di battuta dell’opera al netto dei diritti per 375, del rimborso spese di assicurazione per 10 e del diritto di seguito per 10. Il margine su cui determinare l’imposta ammonta a 995, quindi l’imposta sarà pari a 250.
La scrittura contabile, da rilevarsi per ogni cessione come intermediario da parte della casa d’aste, relativa alla rilevazione dell’Imposta sul Valore Aggiunto sarà:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ricavi per diritti d’asta

 

a

 

Iva a debito

 

 

165,83

 

 

 

 

 

 

 

Nel caso in cui i beni ceduti tramite vendita all'incanto in vece siano di proprietà dalla casa d’aste, l’imposta sul valore aggiunto verrà determinato applicando il regime ordinario, previsto dal Decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972 n. 633. 

 

(1) G. Pellicelli, “Il Marketing”, Utet, Torino, 1997.

(2) G. Pellicelli, “Il Marketing”, Utet, Torino, 1997.

(3) M. C. Prette - A. De Giorgis, “Arte-come capirla”, Giunti Gruppo Editoriale, Milano, 2001.

(4) D. Amor, “Aste on-line, il commercio dinamico di beni e servizi”, Tecniche Nuove, Milano, 2000.

(5) Adattamento da A. Fiz, “Investire in arte contemporanea”, Franco Angeli, Milano, 1999.

(6) Asta del 6 febbraio 2008, Christie’s – Londra, King Street.

(7) Figura adattata dall’articolo di M. Locatelli Biey - R. Zangola, “Il mercato delle sculture in Italia: gli operatori e il loro ruolo”,Aedon-Rivista di arti e diritto on-line, 1999.


(8) M. Locatelli Biey - R. Zangola, “Il mercato delle sculture in Italia: gli operatori e il loro ruolo”, Aedon-Rivista di arti e diritto on-line, 1999.

(9) B.S. Frey e W.W. Pommerehene,  Muses and Markets: Explorations in the Economics of the Arts, Oxford, 1999.

(10) “I prezzi sono dati espressi dai mercati: i valori sono grandezze stimate a mezzo di previsioni di flussi, di apprezzamento dei rischi e talora di quantità-stock, legate a mezzo di formule: in parte sono perciò opinioni. Quando prezzi e valori coesistono (…), possono non coincidere affatto.” L. Guatri, “Trattato sulla valutazione delle aziende”, Egea, Milano, 1998.

(11) Asta Sotheby’s-Londra, 21-ottobre-2003, ''Comun Sorriso'' , decollage su tela di Mimmo Rotella, del 1962.

(12) D. Amor,  “Aste on-line, il commercio dinamico di beni e servizi”, Tecniche Nuove, Milano, 2000.

(13) G. Ferrero, F. Dezzani, L. Puddu, P. Pisoni, M. Campra, “Contabilità e Bilancio d’esercizio” di Giuffrè Editore, Milano, 2004

(14) AA.VV., “IVA”, Memento Pratico Ipsoa – Francis Lefebvre, Milano, 2009

(15) AA.VV., “IVA” - Memento Pratico, Ipsoa – Francis Lefebvre, Milano, 2009