Sulle dichiarazioni dei destinatari delle fatture fittizie nel processo penale

di Stefano Fraccaro

Sent. n. 754/33947 del 4 luglio 2006 (dep. il 10 ottobre 2006) della Corte Cass., Sez. III pen. - Pres. Lupo, Rel. Onorato. Reati  tributari  -  Emissione  di  fatture  per  operazioni  inesistenti  -Utilizzabilità delle dichiarazioni rese dai destinatari  delle  fatture  per operazioni inesistenti - Limiti - Art. 8 del D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74.

Massima  -  Le  dichiarazioni  rese  dai  destinatari  di  fatture   per operazioni inesistenti sono utilizzabili a carico dell'emittente le  fatture purché siano state assunte prima dell'insorgere della  prova  dell'effettiva presentazione della dichiarazione recante l'importo di  tali  fatture  quale elemento passivo fittizio.

Svolgimento del procedimento - 1. Con ordinanza del  23  marzo  2006  il Tribunale di Roma ha confermato  in  sede  di  riesame  il  decreto  del  10 febbraio 2006 con cui il pubblico  ministero  aveva  disposto  il  sequestro probatorio di numerose fatture emesse per operazioni  inesistenti  dalla  T. Lavori Edili, amministrata da C.M., sottoposto a indagini per il delitto  di cui all'art. 8 del D.Lgs. n. 74/2000.

In breve, il Tribunale ha premesso che:

- nell'ambito di un'indagine volta a contrastare la falsificazione e la spendita di banconote contraffatte C.M. era stato tratto in  arresto  per il delitto di cui all'art. 453 del codice penale;

- nel corso delle indagini successive, il  pubblico  ministero  aveva ordinato la perquisizione dell'abitazione di C.M. e di  suo  figlio,  nonché

delle varie società riferibili in diritto  o  in  fatto  allo  stesso  C.M., essendo risultato che questi era legale  rappresentante  della  P.S.  S.r.l. (esercente il commercio all'ingrosso e al dettaglio di generi alimentari)  e della T.L.E.  (operante  nel  settore  pubblicitario);  ma  aveva  anche  la

disponibilità di E.C. S.r.l. e di F.C. S.n.c. (operanti  nel  settore  della stampa e delle arti grafiche), intestate a suoi familiari;

- nel corso di tali  perquisizioni  erano  state  sequestrate  -  tra l'altro - numerose fatture intestate alla T.L.E. ed emesse dal 2001 al  2005 in favore di numerosi clienti;

- i  relativi  decreti  di  perquisizione  e  sequestro  erano  stati annullati  per  difetto  del  nesso  di  pertinenzialità  tra   le   fatture sequestrate e il reato all'epoca contestato;

- erano state esperite ulteriori indagini, in  particolare  verifiche incrociate  con  altre  ditte,  s.i.t.  di  persone  informate  sui   fatti, intercettazioni telefoniche, dalle quali era risultato che le fatture  erano state emesse per operazioni inesistenti, sicché il pubblico ministero   aveva contestato a C.M. il reato di cui all'art. 8 del D.Lgs. n. 74/2000 ed  aveva emesso, in data 10 febbraio 2006, nuovo sequestro probatorio delle fatture.

Tanto premesso, il Tribunale, prendendo  in  considerazione  le  censure

formulate in sede di riesame, ha osservato che:

- in  sede  cautelare,  ove  occorre  verificare  soltanto  il  fumus commissi delicti, non si  poneva  il  problema  dell'inutilizzabilità  delle dichiarazioni rese dai  destinatari  delle  fatture,  che  avrebbero  dovuto essere sentiti come indagati;

- il fumus delicti era sicuramente accertato  sulla  base:  a)  della verifica contabile eseguita  presso  l'hotel  M.  (da  cui  erano  risultate divergenze di importi,  di  date  e  di  numerazioni,  nonché  duplicazioni, rispetto alle fatture emesse dalla T.L.E.  per  lavori  edili  e  dalla  Ti. S.a.s. per forniture di prodotti tipografici); b) dalle  dichiarazioni  rese dalla legale rappresentante della "F.D.P.C. S.r.l.", la quale aveva  ammesso che le fatture emesse dalla ditta individuale T.L.E. di C.M. non  erano  del tutto corrispondenti alle operazioni effettive; c) dalle  dichiarazioni  del legale rappresentante della S.r.l. A., il quale aveva precisato di non  aver mai direttamente stipulato con C.M. contratti per servizi pubblicitari;

- era stato  adeguatamente  soddisfatto  l'onere  di  motivazione  in ordine alle esigenze probatorie.

2. Il difensore di C.M. ha proposto  ricorso,  chiedendo  l'annullamento

dell'ordinanza per plurime violazioni di legge.

In particolare, insiste nel sostenere  che  le  dichiarazioni  rese  dai destinatari delle fatture de quibus non potevano essere  utilizzate  per  la verifica del fumus delicti a norma dell'art.  63  del  codice  di  procedura penale, giacché gli stessi erano evidentemente nella posizione di indagabili in ordine al delitto di cui all'art. 2 del D.Lgs. n. 74/2000, tanto  è  vero che si era reso necessario interrompere il verbale di s.i.t. e  nominare  un difensore.

In  secondo  luogo,  il  ricorrente  osserva  che   le   fatture,   dopo l'annullamento dei primi due  decreti  di  sequestro,  non  potevano  essere utilizzate a fini investigativi.

In terzo luogo, il difensore, premessa  la  manifesta  genericità  della imputazione, censura come meramente congetturale la motivazione secondo  cui la configurabilità del reato emergerebbe dal difetto di  capacità  operativa delle ditte emittenti.

Infine, si censura come viziata la motivazione in ordine alla qualità di corpo di reato delle fatture e alla sussistenza della esigenza probatoria.

Motivi  della  decisione  -  3.  Sulla  prima  censura,  relativa   alla inutilizzabilità  ex  art.  63  del  codice  di   procedura   penale   delle dichiarazioni  rese   dai   destinatari   delle   false   fatture,   occorre preliminarmente osservare che erra il tribunale del riesame laddove  ritiene che  la  dedotta  inutilizzabilità  non  rileva  nel  presente    procedimento incidentale, giacché si tratta di inutilizzabilità cosiddetta patologica che opera in ogni fase procedimentale e in ogni tipo di  processo,  ordinario  o speciale (Cass., SS.UU., n. 16 del 21 giugno 2000, T., rv. 216246).  Peraltro, ad  avviso  del  Collegio,  nel  caso  di  specie  non  sembra ricorrere l'applicabilità del menzionato art. 63. Infatti, sotto  il  vigore dell'art. 2 del D.Lgs. n. 74/2000, il reato di utilizzazione di fatture  per operazioni inesistenti si perfeziona  soltanto  se  il  relativo  importo  è indicato  come  elemento  passivo  in  una  dichiarazione  fiscale  annuale, relativa alle imposte sui redditi o all'Iva,  sicché  solo  dopo  la  (prova della) presentazione di siffatta dichiarazione insorge l'indizio di reità  a carico del destinatario delle false fatture e quindi l'obbligo dell'autorità procedente di interrompere l'esame del medesimo,  diventano  inutilizzabili contro terzi le dichiarazioni irritualmente rese dopo quel momento.

Orbene, nella presente vicenda  processuale,  risulta  che  l'esame  dei suddetti destinatari delle fatture è stato effettivamente interrotto  quando è insorto l'indizio di reità a loro carico; ma non risulta che essi dovevano essere sentiti sin dall'inizio in qualità di indagati perché esisteva già la prova che avevano presentato una dichiarazione  fiscale  che  utilizzava  le fatture stesse. Per conseguenza, secondo  la  corretta  interpretazione  dei commi 1 e 2 dell'art. 63, le dichiarazioni  rese  prima  della  interruzione dell'esame potevano e possono essere utilizzate contro il  terzo  che  aveva emesso le fatture false.

Comunque, è decisiva la considerazione che il fumus commissi delicti era desumibile e  desunto  anche  dalla  verifica  contabile  effettuata  presso l'Hotel M., sicché non era necessaria a  tal  fine  la  utilizzazione  delle dichiarazioni rese dai legali rappresentanti della "F.D.P.C. S.r.l." e della S.r.l. A.

4. Infondata è anche la seconda censura, con cui si  sostiene  che  dopo l'annullamento del primo sequestro le fatture non potevano essere utilizzate per fini investigativi.

Questa Corte ha già correttamente statuito  che  "l'annullamento  di  un sequestro preventivo non  impedisce  -  anche  in  virtù  del  principio  di tassatività  di  cui  all'art.  177  del  codice  di  procedura   penale   - l'utilizzabilità degli elementi probatori acquisiti, ma solo il mantenimento del sequestro" (Cass., Sez. III, n. 8762 del 19 dicembre 2002, R.  e  altro, rv. 223739).

Il principio vale anche per il sequestro probatorio,  tanto  più  quando questo sia annullato  soltanto  per  vizio  formale  o  comunque  per  causa estranea alla sussistenza del fumus delicti.

5. Altrettanto destituita di fondamento è la terza doglianza.

Quanto alla asserita genericità della imputazione, basta  osservare  che in  questa  fase  di  indagini  preliminari  la  formulazione  del  capo  di imputazione è ancora fluida e suscettibile di  definirsi  con  il  prosieguo delle investigazioni.

In ordine al rilievo probatorio della incapacità operativa  delle  ditte che hanno emesso le fatture, è evidente  che  non  si  tratta  di  una  mera congettura, ma di una vera e propria prova critica (generalmente  utilizzata nella prassi giudiziaria in materia), atteso che dal fatto che una ditta non abbia capacità di effettuare prestazioni è assolutamente logico dedurre  che le fatture dalla stessa emesse si riferiscano a prestazioni inesistenti.

6. L'ultima doglianza è inammissibile, perché deduce un  mero  vizio  di motivazione della impugnata ordinanza, che a norma dell'art. 325,   comma  1, del codice di procedura penale non è ammesso  come  motivo  di  ricorso  per cassazione.

In conclusione il ricorso va rigettato. Consegue ex art. 616 del  codice di procedura penale la  condanna  del  ricorrente  alle  spese  processuali.

Considerato il contenuto dell'impugnazione,  non  si  ritiene  di  applicare anche la sanzione pecuniaria a favore della cassa delle ammende.

P.Q.M. - la Corte Suprema di Cassazione rigetta il ricorso e condanna il

ricorrente al pagamento delle spese processuali.”

 

Sommario
Introduzione. – I delitti di cui alla riforma del diritto penale tributario. – L’inutilizzabilità delle dichiarazioni indizianti. Esclusione del principio.

Introduzione.

La sentenza in commento riveste particolare interesse in quanto, nel contesto del principio del cd “diritto al silenzio” - in virtù del quale nemo tenetur se detegere - che ispira, dopo l’entrata in vigore della legge n. 63/2001, un gran numero di norme del vigente codice di procedura penale, si occupa, relativamente alla materia tributaria che qui interessa, dell’utilizzabilità delle dichiarazioni rese dai destinatari di fatture per operazioni inesistenti a carico dell'emittente le fatture.

La soluzione al problema dell’utilizzabilità di siffatte dichiarazioni viene individuata, da un lato, mediante l’esclusione dell’applicabilità dell’art. 63 c.p.p. che, come noto, prevede la sanzione dell’inutilizzabilità di quelle dichiarazioni assunte dalla polizia giudiziaria o dal pubblico ministero da persona non imputata (ovvero da persona non sottoposta all’indagini) dalle quali emergano indizi di reità (oltre che) a suo carico (art. 63 c.p.p.), e dall’altro, attraverso la verifica circa la sussistenza dei requisiti previsti dagli artt. 2 e 8 D.Lgs 74/2000.
Per quanto attiene al primo aspetto, il comma 2 dell'articolo 63 c.p.p., in tema di dichiarazioni indizianti, prevede l'ipotesi in cui il soggetto doveva essere sentito, sin dall'inizio, come persona sottoposta alle indagini e quella del soggetto che, nel corso della deposizione, renda dichiarazioni dalle quali emergano indizi di reità a suo carico e ciò nonostante continui a essere sentito senza che l'esame sia interrotto e siano fatti gli avvertimenti di cui al comma 1 dello stesso articolo 63. Trattasi, in altri termini, delle ipotesi in cui l'autorità procedente già era o sia venuta a conoscenza degli indizi di reità esistenti a carico del dichiarante e proceda o continui nell'esame senza dare contezza al dichiarante della sua posizione, senza formalizzarla e senza assistenza difensiva. In queste ipotesi, il legislatore prevede la sanzione dell'inutilizzabilità assoluta ed erga omnes delle dichiarazioni stesse (inutilizzabilità che può e deve essere rilevata dal giudice, anche d'ufficio, in tutte le fasi e i gradi del giudizio). Si tratta di un deterrente che il legislatore ha inteso introdurre non solo per garantire il diritto di difesa del dichiarante, ma anche per garantire la genuinità dell'acquisizione della prova, volendosi negare, per quanto possibile, dichiarazioni accusatorie, compiacenti o negoziate, a carico di terzi, realizzabili attraverso l’“obliterazione” da parte dell'autorità inquirente dei reati di cui il dichiarante sia il possibile autore.
Con riguardo al secondo aspetto, relativo alla verifica della sussistenza dei requisiti tipici previsti dagli artt. 2 e 8 D.lgs 74/2000, le dichiarazioni eventualmente rilasciate dall’utilizzatore fatture per operazioni inesistenti saranno liberamente utilizzabili, purché siano state assunte prima dell'insorgere della prova dell'effettiva presentazione della dichiarazione recante l'importo di tali  fatture quale elemento passivo fittizio.
Infatti, si sostiene con tale sentenza, la quale richiama assunzioni pacifiche anche in dottrina (1) , dal momento che, nell’ambito di cui all’art. 2 “il delitto si consuma con la presentazione di una delle dichiarazioni annuali relative alle imposte sui redditi o all’imposta sul valore aggiunto”, le dichiarazioni rilasciate in epoca antecedente non assumono ancora quei connotati di cui all’art. 63 c.p.p. e potranno essere liberamente utilizzabili contro terzi eventualmente coinvolti.
Sulla scorta di tali considerazioni, la Suprema Corte, escludendo la sussistenza del reato di cui all’art. 2 D.lgs 74/2000, con la sentenza in rassegna, consente un utilizzo pieno di quelle dichiarazioni rilasciate dall’utilizzatore le f.o.i. in un momento anteriore rispetto alla formalizzazione della sua qualità di indagato.
I delitti di cui alla riforma del diritto penale tributario.
Una volta risolto il problema principale in materia di utilizzabilità delle dichiarazioni di cui all’art. 63 c.p.p. che, come si è visto, viene risolto mediante l’affermazione che, in assenza della prova circa l’effettivo utilizzo delle fatture per operazioni inesistenti in sede di dichiarazione fiscale annuale, il reato di cui all’art. 2 D.Lgs 74/2000 non è configurabile, appare allora opportuno analizzare i delitti di emissione e utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti, onde stabilirne i requisiti tipici nonché i relativi momenti consumativi.
La disposizione prevista dall’art. 2 D.Lgs 74/2000 riguarda, come detto, la dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o di altri documenti per operazioni inesistenti. La norma assume quindi “un ruolo, al tempo, di introduzione e di simbolo della filosofia riformatrice, con l’abbandono dell’illecito cd prodromico e con lo spostamento dell’attenzione alla dichiarazione annuale rilevante ai fini fiscali”. Viene di fatto assorbita, privandola di disvalore penale, la semplice utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti, punita in vece della precedente normativa (L. 516/1982).
Ora dunque la condotta di utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti acquisisce significato penale solo quando sia di supporto ad una condotta di dichiarazione fiscale mendace, e dunque fraudolenta, in relazione agli elementi passivi, perché fondata su tale documentazione falsa.
Il delitto si consuma dunque solo con l’atto dichiarativo; cioè con la presentazione della dichiarazione annuale ai fini delle imposte sui redditi o dell’imposta sul valore aggiunto ed è caratterizzato dal dolo specifico di evasione.
Tale affermazione è di tutta rilevanza giacchè sulla scorta di essa la sentenza della Cassazione in rassegna arriva a ritenere liberamente utilizzabili nei confronti dell’emittente effettivo di f.o.i. le dichiarazioni rilasciate dall’utilizzatore le fatture per operazioni inesistenti
Passando ora ad una disamina seppure breve del delitto di cui all’art. 8 D.Lgs 74/2000 si deve osservare che, con la sua odierna formulazione, “la corsa all’abbandono della filosofia che aveva informato la legge cd “manette agli evasori” e le sue successive modificazioni sembra subire un repentino arresto proprio con la formulazione dell’art. 8, la prima delle fattispecie del D.Lgs 10 marzo 2000 n. 74 non connesse all’utilizzazione di una dichiarazione recettiva, con il conseguente ritorno di fantasmi che si speravano definitivamente scacciati” (2) . Infatti è innegabile che, contrariamente a quanto affermato dalla relazione governativa, ove si afferma la non punibilità di condotte meramente formali e preparatorie in ossequio alla tutela del principio dell’interesse erariale all’effettiva percezione dei tributi, la creazione di una fattispecie di emissione di fatture per operazioni inesistenti non accompagnata dal loro inserimento in una dichiarazione fiscale, comporta il ritorno ad una utilizzazione del reato prodromico, tipica ipotesi di reato di pericolo.
Non va sottaciuta comunque la diversa posizione della dottrina in base alla quale l’interesse tutelato non sarebbe “la percezione dei tributi” in sé, quanto piuttosto, la tutela della funzione dell’accertamento che consiste nel corretto e puntuale svolgimento dell’attività di controllo, verifica e ricostruzione della posizione fiscale del contribuente (3) . In base a tale orientamento la fattispecie tipizzata dall’art. 8 sarebbe di danno, non di pericolo, ma, anche in queso caso, la tutela penale che stabilisce la punibilità di meri comportamenti solo potenzialmente fraudolenti appare notevolmente anticipata rispetto alla ratio che sottende alla normativa penaltributaria di cui si è detto.
L’inutilizzabilità delle dichiarazioni indizianti. Esclusione del principio.
Tornando all’aspetto dell’“inutilizzabilità”, sanzione processuale prevista dall’art. 191 c.p.p., essa “descrive due aspetti del medesimo fenomeno. Da un lato, esso indica il vizio da cui può essere affetto un atto o un documento, da un altro lato, esso illustra il regime giuridico al quale l’atto viziato è sottoposto, e cioè il non poter essere messo a fondamento di una decisione del giudice” (4) .
L’inutilizzabilità è un tipo di invalidità che ha la caratteristica di colpire non l’atto in se, bensì il suo valore probatorio. In altre parole, l’atto che sia stato assunto in violazione di norme processuali che prevedono l’inutilizzabilità non potranno essere posti a fondamento della decisione del giudice.
Il divieto idoneo a provocare l’inutilizzabilità è soltanto quello che è previsto da una norma processuale. Ciò è chiarito dalla rubrica dell’art. 191 c.p.p. che si riferisce alle “prove illegittimamente acquisite” ed è ulteriormente confermato dalla Relazione al progetto preliminare (p. 61) ove si richiede espressamente la violazione di un divieto probatorio.
E’ quindi evidente la distinzione tra nullità e inutilizzabilità. In giurisprudenza, ad esempio, si sostiene  che “… le categorie della nullità e dell’inutilizzabilità, pur operando nell’area della patologia della prova, restano distinte ed autonome, siccome correlate a diversi presupposti: la prima attenendo sempre e soltanto all’inosservanza di alcune formalità di assunzione della prova, la seconda presupponendo invece la presenza di una prova “vietata” per la sua intrinseca illegittimità oggettiva …”(5) . Più semplicemente, l’atto nullo sarà quello formato violando determinate modalità di assunzione previste a pena di nullità e che, in assenza di tali violazioni, l’atto sarebbe perfettamente valido. In altre parole, se la nullità attiene al quomodo, l’inutilizzabilità attiene all’an dell’assunzione della prova.
Un’ulteriore distinzione deve essere rilevata e cioè quella tra inutilizzabilità cd patologica e quella meramente “fisiologica”, che riguarda quegli atti che, conformi al modello legale, sono tuttavia insuscettibili di valutazione probatoria in sede dibattimentale (6) .
Nel contesto di tali considerazioni, il principio dal quale muove la sentenza in rassegna è quello in base al quale l’inutilizzabilità patologica (cioè quella che scaturisce dall’assunzione di dichiarazioni in difetto di presupposti ex lege previsti), che opera in ogni fase procedimentale (e quindi anche in sede cautelare di riesame) e in ogni tipo di processo, è inutilizzabilità erga omnes, avente cioè efficacia oltre che nei confronti del dichiarante, altresì nei confronti di soggetti terzi, che, in forza di tali dichiarazioni, potrebbero in seguito essere investiti da responsabilità penali. Una tale considerazione, che, in omaggio al principio nemo tenetur se detegere (7) , costituisce una tutela anticipata del diritto al silenzio operante in sede di interrogatorio (art. 64 c. 3 c.p.p.) e, più in generale, del diritto di difesa di chi ancora non rivesta una qualifica processuale, che, a seguito delle dichiarazioni indizianti rese all’autorità giudiziaria, deve essere reso consapevole della sua nuova qualifica e delle potenzialità negative di quanto da lui riferito, non deve tuttavia trarre in inganno il lettore nel senso di escludere che tali dichiarazioni abbiano comunque valenza investigativa di notitia criminis nei confronti del terzo ovvero dello stesso dichiarante, e, in tale guisa, siano lecitamente utilizzabili come spunto per iniziare ulteriori nuove indagini.
In tale prospettiva un’ulteriore sentenza della Suprema Corte, ha stabilito che “il divieto, posto dall’art. 63 c.p.p., di utilizzazione delle dichiarazioni indizianti rese da chi rivestiva la posizione processuale di imputato o di persona sottoposta alle indagini, esige che tale qualità sussista sin dall’inizio dell’esame, in quanto nei confronti della persona sentita come informata sui fatti vi siano sin da allora indizi di reità. Pertanto, qualora all'inizio dell'audizione non sia  ancora  pendente alcuna indagine per il diverso reato, del quale la  persona sentita  venga successivamente imputata, oppure qualora il fatto per cui  inizialmente si svolgono le indagini venga poi diversamente qualificato e il dichiarante divenga indiziato di reità in dipendenza di tale diversa qualificazione, le dichiarazioni rese in  precedenza da quest'ultimo restano assolutamente utilizzabili” (8) .
Una siffatta conclusione, pur essendo adesiva rispetto a quello insito in Cass. S.U. n. 16/2000 (laddove, seppur limitatamente ad ipotesi relative al solo indagato, si afferma la portata assoluta del divieto di utilizzabilità di tali dichiarazioni autoaccusatorie), ne limita in parte la portata laddove si ammette, nel senso di facilitare l’attività di indagine, un’utilizzabilità parziale delle dichiarazioni rese nei confronti di terzi dal dichiarante e relative a reati diversi, quindi non connessi o collegati, da quello per il quale esistevano indizi di reità a carico del dichiarante.
Nel qual caso, fatto salvo quello di cui infra, l’utilizzatore di fatture per operazioni inesistenti non potrebbe comunque rilasciare dichiarazioni indizianti aventi valenza probatoria contro l’emittente le stesse, dal momento che in tale ipotesi ricorre un’ipotesi di connessione, con buona pace del principio di opportunità in virtù del quale, in caso contrario, “si potrebbe creare una sorta di complicità tra l’autorità, che non interroga il soggetto come imputato al fine di procurarsi una prova testimoniale contro i terzi, e il dichiarante che, sapendo di non pregiudicarsi con le proprie affermazioni, potrebbe sentirsi libero di rendere dichiarazioni compiacenti a carico di altri” (9) . Comunque, al di là di quanto sinora prospettato, ciò che rileva nel caso di specie è l’affermazione del principio, riconosciuto da giurisprudenza e dottrina, in base al quale non ricorre l’applicabilità del citato art. 63 c.p.p. in quanto, pur nel rispetto dei principi summenzionati, il reato di cui all’art. 2 D.Lgs 74/2000 non si perfeziona sino al raggiungimento della prova dell’indicazione degli importi passivi di cui alle fatture emesse in seno ad una dichiarazione fiscale annuale (imposte sui redditi o IVA) ed all’ulteriore prova della presentazione della dichiarazione stessa nelle forme di legge.
Pertanto, sulla scorta di tali considerazioni, la sentenza de quo ritiene utilizzabili le dichiarazioni rilasciate dall’utilizzatore le fatture per operazioni inesistenti a discapito dell’effettivo emittente le stesse fatture in quanto, come detto, chi ne faccia uso non ricopre ancora la posizione di indagato, se non si provi che tali documenti siano stati inseriti in una dichiarazione fiscale.


1. (C.M. Pericolo in I. Caraccioli – A. Giarda – A. Lanzi, Diritto e procedura penale tributaria, p. 111);

2. (S. Putinati in I. Caraccioli – A. Giarda – A. Lanzi, Diritto e procedura penale tributaria, p. 270);

3. (T. Padovani, La frode fiscale, in AA.VV. Responsabilità e processo penale nei reati tributari, II Ed. Milano, 1992, p. 190);

4. (P. Tonini, La prova penale, p. 58);

5. (Cass. Sez. Un. 27/03/1996, Sala, in Giust. Pen., 1997, III, 245);

6. (Cordero, Tre studi sulla prova penale, Milano, p. 1217);

7. (Voena, in CONSO – GREVI, Compendio di procedura penale, p. 95);

8. (Cass. n.  2150/1998, n. 3569/1999 e n. 4559/1999);

8. (Grifantini, Sulla inutilizzabilità contra alios delle dichiarazioni indizianti di cui all’art. 63 c. 2 c.p.p. CP 1996, 2647).