il canone sugli impianti pubblicitari quale variante dell'imposta: natura e aspetti applicativi

di Vincenzo Miozzi

La sentenza n.141 del 2009 della Consulta sembrerebbe, prima facie, un passo indietro circa la sussistenza della giurisdizione tributaria in materia di entrate dell’ente locale definite “canone” poiché lo scorso anno, con altro arresto, sentenza di accoglimento n.64 del 14 marzo 2008, affermava la giurisdizione ordinaria per le controversie relative al canone OSAP definendolo un’entrata di natura patrimoniale ossia afferente al c.d. diritto privato speciale.

La ratio decidendi della sentenza n.141 è ricavabile dal ragionamento logico che, gli autorevoli componenti della Corte costituzionale, hanno effettuato circa la natura tributaria del canone per l’installazione degli impianti pubblicitari evidenziando che nella fattispecie in questione, a differenza dell’omologo istituto previsto per l’occupazione di aree pubbliche, non si configura nessun sinallagma –nesso di corrispettività né, sempre secondo tale autorevole orientamento, si può discorrere di uso dell’arredo urbano o dell’ambiente consistenti in aspetti di beni appartenenti al comune o alla provincia in quanto demaniali o patrimoniali. Inoltre, l’installazione di manufatti pubblicitari è sottoposta generalmente a regime autorizzatorio e solo nel caso d’impianti fissati su suolo pubblico, si porrebbe anche un problema di applicazione del canone OSAP. Il “corrispettivo”è dovuto a prescindere dal “vantaggio” che potrebbe conseguire il privato che nel caso dell’occupazione di suolo pubblico deve ottenere la concessione amministrativa dell’ente(1) Non di rado la Corte costituzionale anche di fronte a istituti analoghi come il canone RAI ha optato per la natura tributaria non potendosi ravvisare anche in quella fattispecie una qualche commutatività.

L’operatore che vorrà promuovere beni o servizi mediante messaggi pubblicitari non consegue che un vantaggio patrimoniale derivante dai contratti di pubblicità conclusi con le imprese ma non dalla possibilità di “usufruire” di un arredo urbano poichè è empiricamente impossibile “l’occupazione virtuale di parte dell’arredo urbano” quasi che se si volesse tassare l’aria che si respira. La nostra disamina non si limita ad evidenziare un non vantaggio per il privato ma a sottolineare che il canone sugli impianti pubblicitari disciplinato dal D.Lgs.446/97 consiste in una prestazione unilaterale determinata dall’Amministrazione dalla quale non ci si può esimere se non nei casi previsti dalla legge dovuto da chiunque voglia fare pubblicità commerciale sul territorio comunale. Del resto la natura tributaria dell’istituto in questione è rinvenibile anche dal calcolo della superficie che è analogo a quello dell’imposta previsto all’art.7 del D.Lgs. 507/93 e dato per scontato ciò, la situazione giuridica soggettiva che sorge in capo al privato è quella di un interesse legittimo obbligatorio oppositivo poiché la relativa attività amministrativa è ablatoria obbligatoria che trova fondamento nell’art.23 della Costituzione secondo autorevole dottrina amministrativa(2). Il canone sugli impianti pubblicitari, non è un’entrata tributaria per il solo fatto della devoluzione del relativo contenzioso alla giurisdizione tributaria ma per la ragione che il privato, non ha alcun margine di discrezionalità analogamente a quanto avviene con l’imposta comunale sulla pubblicità ovvero, l’operatore economico che vuole effettuare una campagna promozionale di beni e/o servizi  dovrà subordinare tale attività necessariamente al pagamento del tributo  salvo i casi di esenzione  stabiliti dalla legge ed al conseguimento di un titolo abilitativo. Contrariamente a quanto affermato da una recente tesi dottrinaria l’alternatività tra imposta e canone non deve necessariamente inerire alla diversa natura tra i due istituti ma all’utilizzo da parte dei comuni di uno strumento più flessibile rispetto all’imposta ed inoltre, tra il canone sugli impianti pubblicitari e l’imposta sussiste ,piuttosto, un rapporto di continuità  e valgono le stesse riflessioni effettuate in un lavoro precedente(vedasi articolo su questa stessa Rivista N.1/2008 :Imposta comunale sulla pubblicità tra prospettive di riforma ed abolizione del tributo) poiché se il presupposto del canone è rappresentato dall’art.5 del D.Lgs.507/93 e non concerne ad esempio la pubblicità effettuata dai quotidiani o emittenti locali o senza un’adeguata regolamentazione per l’accertamento  della c.d. pubblicità dinamica ossia quella effettuata con automezzi in sosta le entrate non lieviteranno in ogni caso a prescindere dall’utilizzo del canone o dell’imposta comunale sulla pubblicità.

 

Avv.    Vincenzo Miozzi

 

 

Corrriere tributario: La Consulta riconosce la natura tributaria del CIMP – M. Lovisetti
Corso di diritto amministrativo ed.1994 –R. Galli
Spunti di riflessione anche su:”Il contenzioso delle entrate comunali –ed.IPSOA 2006  a cura di Girolamo Ielo