L’interesse a riassumere

di Giovanni Palumbo

A seguito delle sentenze della Cassazione che dispongono il rinvio alle Commissioni Tributarie, sussiste o meno la necessità (o l’opportunità) per l’Ufficio di procedere alla tempestiva riassunzione in giudizio?
Bisogna distinguere i vari casi ed aver presente le problematiche sottese.

L’interesse a procedere alla riassunzione potrebbe per esempio sussistere nel caso di contenzioso relativo al silenzio-rifiuto sulle istanze di rimborso.

In base all’art. 2945, comma 3, del codice civile, l’estinzione del processo elimina infatti l’effetto permanente dell’interruzione della prescrizione prodotto dalla proposizione del ricorso, ma non incide sull’effetto interruttivo istantaneo della medesima, con la conseguenza che la prescrizione ricomincia a decorrere dalla data di detta domanda.

L’Ufficio potrebbe allora avere interesse alla riassunzione del giudizio quando, non essendo decorso il termine di prescrizione decennale ed avendo pertanto il contribuente la possibilità di riproporre ancora la domanda, lo stesso contribuente, grazie alla mancata riassunzione, potrebbe dunque riproporre un nuovo ricorso privo dei vizi o delle carenze difensive eventualmente riscontrate nel primo giudizio.
Un altro profilo da valutare attiene poi alla eventuale prescrizione del diritto di riscossione.
In definitiva, la riattivazione del giudizio potrebbe consentire di procurarsi una sentenza che costituisca titolo per la riscossione, in particolare laddove l’atto impugnato, pur divenendo definitivo a seguito dell’estinzione del giudizio, potrebbe non essere più eseguibile per intervenuta prescrizione.
Tutto dipende, comunque, da quale sia il corretto metodo di computo del termine di prescrizione.
In data 03.07.2009 la Commissione Tributaria Provinciale di Firenze, per esempio, con la sentenza n. 110/2/09, nell’ambito di un giudizio su una cartella di pagamento conseguente ad una mancata riassunzione dopo la cassazione con rinvio da parte della Corte Suprema, ha stabilito a tal proposito che “l’intero giudizio che ha investito l’accertamento deve considerarsi tamquam non esset .. e ai fini della prescrizione decennale adesso eccepita ritualmente dal ricorrente” (l’accertamento era relativo all’anno di imposta 1989) “l’unico atto interruttivo retroagisce alla data di notifica dell’accertamento a suo tempo impugnato, da cui risulta senza dubbio più che ampiamente decorso il detto termine decennale anteriormente alla notifica della cartella di pagamento”.
A seguito dell’appello dell’Ufficio, poi, la sentenza della Commissione Tributaria Regionale della Toscana, n. 108/17/10 del 05.10.2010, ha respinto l’appello, confermando come fosse “ampiamente trascorso sia il termine decadenziale per la formazione e comunicazione del ruolo, sia il termine di prescrizione del credito”.
In data 18.10.2010, però, la stessa Commissione Tributaria Regionale della Toscana, altra sezione, con logica opposta alla precedente decisione, con la sentenza n. 158/1/2010, ha stabilito che il ricorso per riassunzione, effettuato dall’Ufficio a seguito di rinvio dalla Cassazione, fosse “inammissibile per difetto di interesse”.
Secondo la citata pronuncia, infatti, “la pronuncia di estinzione del giudizio comporta il venir meno dell’intero processo ed in forza dei principi in materia di impugnazione dell’atto tributario la definitività dell’avviso di accertamento e quindi l’integrale accoglimento delle ragioni erariali”.
Secondo la stessa sentenza, infine, “l’estinzione del processo travolge le sentenze di merito, ma non l’atto amministrativo, che come noto non è un atto processuale, bensì l’oggetto dell’impugnazione”.
Un tale orientamento trova peraltro un precedente di prassi nella Circolare n. 8 del 20 giugno 2007 dell’Agenzia del Territorio, la quale evidenza come l’eventuale interesse alla riassunzione del giudizio sia riferibile “di norma” in capo al contribuente/ricorrente e non agli uffici, i quali possono giovarsi, piuttosto, della mancata riassunzione e, quindi, del consolidamento dell’atto originariamente impugnato che consegue all’estinzione del processo, evitando altresì gli incerti esiti di un nuovo giudizio.

Conclusioni che hanno trovato anche conferma nel pensiero della Suprema Corte, la quale, con sentenza n. 3040 dell'8 febbraio 2008, ha chiarito che l’Amministrazione Finanziaria è priva dell’interesse a riassumere, con conseguente inammissibilità del ricorso eventualmente proposto dall’Ufficio.

La citata Circolare n. 8/T del 2007, comunque, pur avendo osservato che "può dunque desumersi, in linea generale, che l'interesse a riassumere è ravvisabile in capo alla parte nei cui confronti l'atto stesso produce effetti, vale a dire il contribuente-ricorrente, tendendo conto, tra l'altro, che lo stesso, nel giudizio tributario, è sempre parte attrice del primo grado (cosiddetto 'attore necessario')”, ha poi sottolineato che ciò vale di norma.

La stessa Circolare fa del resto più volte intendere che la carenza di ragioni per la riassunzione della parte pubblica è una regola, cui possono però opporsi delle eccezioni ed afferma il normale disinteresse dell'Amministrazione "pur non potendosi escludere, in assoluto, che … possa avere l'interesse ad assumere tale iniziativa, in presenza di una utilità concreta ed attuale, comunque connessa all'accoglimento del gravame da parte del giudice di rinvio o di una pronuncia conclusiva sulla controversia".

Se, quindi, in linea generale, per quanto detto, è pacifico che la mancata riassunzione del giudizio di rinvio estingua l’intero processo e che ciò determini il consolidamento dell’atto originariamente impugnato (con conseguente disinteresse dell’Amministrazione alla riassunzione), il problema è stabilire poi la data in cui l’atto impugnato si considera effettivamente definito, ovvero da quando decorre il termine per l’iscrizione a ruolo da parte dell’Ufficio.

A tal proposito, la Sez. VII della Commissione Tributaria Provinciale di Roma (sentenza n. 226 del 27 aprile 2009) ha per esempio conclusoche tale termine decorre dalla data in cui il Giudice Regionale ha dichiarato l’estinzione del giudizio (anche se, più correttamente, a prescindere da una pronuncia che prenda atto della mancata riassunzione delle parti, tale termine dovrebbe allora semmai decorrere una volta trascorso un anno dal deposito della sentenza della Corte di Cassazione che ha disposto il rinvio, in quanto l’estinzione, ai sensi dell’art. 307, ultimo comma, c.p.c, opera di diritto).

Ad ogni modo, entrambe le suddette posizioni sembrano da preferire a quelle che, al contrario, ritengono che la decorrenza del termine di iscrizione a ruolo, conseguente al consolidarsi dell’avviso di accertamento impugnato, retroagisca al momento di notificazione dell’atto originario (con possibile prescrizione del diritto), anche perché, nel corso del processo, vista l’impossibilità legale dell’esercizio del diritto, dovrebbe ritenersi esclusa la decorrenza dei termini, dovendosi ritenere che i termini decorrano invece dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere, ossia dall’estinzione del giudizio (vedi a tal proposito anche la sentenza n. 10053 del 1° agosto 2000 della Corte Cass., Sez. tributaria).

 

 
                                                                                Giovambattista Palumbo

“Il presente articolo è scritto a titolo puramente personale e non impegna l’Amministrazione di appartenenza”.