LA MANOVRA D'ESTATE (D. L. 25 giugno 2008, n. 112): novita' in materia di accertamento, riscossione ed antiriciclaggio

di Sabrina Venturato

 

La legge 6 agosto 2008, n. 133 (pubblicata sul Supplemento Ordinario n. 196 alla «Gazzetta Ufficiale» 21 agosto 2008, n. 195), in vigore dal 22 agosto 2008, ha convertito, con modificazioni, il D.L. 25 giugno 2008, n. 112, contenente disposizioni per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività e la perequazione tributaria (cd. manovra d’estate 2008).
La manovra d’estate è incentrata soprattutto alla lotta all’evasione attraverso un redditometro più forte e più diffuso ed un capillare scambio di dati tra enti e istituzioni, quali Agenzie fiscali, Comuni, Inps e Guardia di finanza. Ma non solo. La parte fiscale della manovra d’estate destinata ai “piccoli contribuenti” punta anche su un ulteriore restyling degli studi di settore, sul pensionamento del regime delle stock option e sull’addio definitivo agli elenchi clienti e fornitori.
E’ vero che la parte preponderante della manovra fiscale riguarda il redditometro e i controlli.
Nell’ambito dell’accertamento 2009-2011, la manovra d’estate prevede un piano straordinario di controlli finalizzati alla determinazione sintetica del reddito, sulla base di elementi e circostanze di fatto “certi” e desunti dalle informazioni presenti nel sistema informativo dell’Anagrafe tributaria.
Saranno, dunque, individuati nuovi indici di ricchezza diversi da quelli usati abitualmente, come l’auto e le imbarcazioni. A suggerire le situazioni a rischio saranno anche i Comuni, che vedono ampliate le forme di collaborazione con l’Erario dietro remunerazione del 30% delle maggiori imposte statali incassate grazie al loro contributo.
Le amministrazioni locali, per esempio, saranno chiamate in causa dall’amministrazione finanziaria per le opportune verifiche sui residenti all’estero e, naturalmente, potranno più in generale segnalare l’effettiva disponibilità di beni e servizi da parte di una determinata persona.
La manovra punta altresì a ridurre il contenzioso. Intanto con l’istituto dell’adesione ai processi verbali di constatazione, che si affianca all’accertamento con adesione, e poi con un chiaro invito agli uffici a resistere in Commissione Tributaria solo quando ne vale davvero la pena.
Infine, quanto agli studi di settore, i contribuenti conosceranno sei mesi prima del solito gli aggiornamenti che li riguardano.
Premessa l’inquadratura generale della manovra d’estate, passiamo ad esaminare i punti principali.

L’ADESIONE AI VERBALI DI CONSTATAZIONE


Tra le misure fiscali introdotte dal Governo con il D.L. n. 112/2008, occupa senz’altro un posto di assoluto interesse la nuova possibilità di aderire ai processi verbali di constatazione redatti dalla Guardia di Finanza e dall’Agenzia delle Entrate. Rispetto a quanto già previsto, le nuove norme, da un lato, obbligano il contribuente che vuole avvalersene di accettare in blocco il processo verbale di constatazione, rinunciando così a qualunque forma di contraddittorio con l’ufficio e, dall’altro, consentono una riduzione delle sanzioni ad un ottavo rispetto alla misura di un quarto attualmente prevista per l’adesione agli avvisi di accertamento.
La norma, certamente da salutare con favore, impone verosimilmente dei successivi interventi del legislatore volti a ristabilire coerenza ed equità nel sistema sanzionatorio tributario, con riferimento sia al ravvedimento operoso, sia agli altri tributi pure oggetto di constatazione.
Il nuovo istituto(1) si affianca a quello dell’accertamento con adesione a regime, di cui al D. Lgs. 218/1997. Istituto, quest’ultimo, che prevede sia la possibilità di definizione degli atti di accertamento sia la possibilità per i contribuenti, nei cui confronti sono stati effettuati accessi, ispezioni e verifiche, di richiedere all’ufficio la formulazione della proposta di accertamento ai fini dell’eventuale definizione (art. 6, comma 1, D. Lgs. 218/97).
Il nuovo istituto dell’adesione ai verbali di constatazione, previsto dalla manovra estiva 2008, dispone che il contribuente può prestare adesione ai verbali di constatazione in materia di imposte sui redditi e di Iva, che consentono l’emanazione di atti di accertamento parziali, ai sensi degli artt. 41-bis del D.P.R. 600/73 e 54, comma 4, del D.P.R. 633/72.
L’adesione contemplata dalla norma si traduce nella completa accettazione da parte del contribuente di tutti i rilievi contenuti nel processo verbale di constatazione: in sostanza, atteso che l’istituto prevede esclusivamente il contenuto integrale del verbale di constatazione, più che di definizione occorre parlare di “acquiescenza”(2) .
L’adesione al verbale comporta che il contribuente, al quale è stato notificato il processo verbale di constatazione con esito positivo, entro i 30 giorni successivi a tale data, se intende avvalersi della definizione in esame comunichi la sua volontà al competente Ufficio dell’Agenzia delle Entrate e al Reparto della Guardia di finanza che ha redatto il verbale.
Successivamente, ma entro i 60 giorni successivi all’avvenuta comunicazione, l’Ufficio dell’Agenzia delle Entrate notifica al contribuente l’atto di definizione dell’accertamento parziale recante le indicazioni previste dal procedimento di accertamento con adesione, e dunque, separatamente per ciascun tributo, gli elementi su cui la definizione si fonda, nonché la liquidazione delle maggiori imposte, delle sanzioni e delle altre somme eventualmente dovute, anche in forma rateale.
Quanto al procedimento, la nuova norma si arresta qui, lasciando evidentemente trasparire che, ai fini del perfezionamento dell’istituto, trovano applicazione le disposizioni dagli artt. 8 e 9 del D. Lgs. N. 218 del 19 giugno 1997 previste nell’ambito dell’accertamento con adesione.
Pertanto, fermo restando che il perfezionamento della definizione passa per il versamento delle somme complessivamente dovute ovvero della prima rata nel caso in cui il contribuente opti per il versamento dilazionato, i termini previsti dalla norma per l’esecuzione dell’adempimento sono individuati nei 20 giorni successivi alla redazione dell’atto di adesione, con la successiva presentazione al competente Ufficio dell’Agenzia delle Entrate della documentazione attestante l’avvenuto perfezionamento entro 10 giorni dall’avvenuto versamento.(3)
I “vantaggi” che deriverebbero dall’adesione al contenuto integrale del processo verbale di constatazione sono ravvisabili nel dimezzamento della misura delle sanzioni ordinariamente dovute nei casi di accertamento con adesione e omessa impugnazione: pertanto, l’anticipazione della chiusura della posizione mediante il nuovo istituto dell’art. 5-bis determina l’applicazione delle sanzioni in misura pari al 12,5% del minimo di legge.
Un ulteriore beneficio è concesso dal legislatore in tema di rateazione, laddove la definizione del verbale, a dispetto della definizione da accertamento con adesione ovvero dell’omessa impugnazione, non comporta la necessità di corredare l’eventuale rateazione della garanzia fideiussoria.
Pertanto, per definizioni derivanti dall’acquiescenza ai processi verbali di constatazione, quale che si intende differire nel tempo, la rateazione non deve essere assistita da alcuna garanzia: l’unica variabile, al pari degli altri istituti deflativi previsti dal D. Lgs. 218/1997, è rappresentata dallo spartiacque di € 51.636,00.= che determina, automaticamente, la rateazione in 36 mesi – 12 rate trimestrali – nel caso in cui l’importo da rateizzare sia superiore a detta soglia ovvero, in caso contrario, la rateazione in 24 mesi – 8 rate trimestrali.
Rispetto al testo originario, viene previsto che sull’importo delle rate successive alla prima sono dovuti gli interessi al saggio legale calcolati dal giorno successivo alla data di notifica dell’atto di definizione dell’accertamento parziale.
Ovviamente, la facilitazione concessa dal legislatore in materia di rateazione a nulla rileva quanto alla decadenza dalla stessa nel caso in cui il contribuente non oneri il piano previsto per la dilazione.
Quanto agli effetti, in primo luogo occorre considerare che la definizione comporta la sterilizzazione di qualsiasi altra potenziale attività difensiva in ordine alla pretesa in fieri derivante dai presunti rilievi oggetto di constatazione: ovviamente nei casi in cui il procedimento sia perfezionato come richiede la legge.
Se successivamente, a fronte della manifestazione di volontà del contribuente di prestare acquiescenza al contenuto del processo verbale di constatazione, nelle more del procedimento innescato, questi produce una memoria difensiva ai sensi dell’art. 12, comma 7, della L. 212/2000 (c.d. Statuto del contribuente), ovvero un’istanza di accertamento con adesione post verbale, di cui all’art. 6, comma 1, del D. Lgs. 218/1997, il procedimento di definizione in precedenza innescato viene automaticamente meno.
Effettuando dei calcoli molto elementari, è chiaramente ipotizzabile che l’eventuale convenienza a rinunciare ad ogni forma di contraddittorio, chiedendo conseguentemente l’adesione al p.v.c. (ed ottenendo, quindi, la riduzione delle sanzioni ad1/8) deve essere valutata qualora, presuntivamente, si ritenga che all’esito del contraddittorio non sia possibile ottenere l’abbattimento del quantum delle violazioni constatate per una misura superiore all’abbattimento delle sanzioni (pari al 12,5%).
Ovviamente, sempre sotto un profilo economico e quindi in una logica di comparazione, occorrerà tener anche in debito conto che:

  • con l’adesione al p.v.c. in caso di pagamento rateale non è richiesta garanzia;
  • la diminuzione delle imposte accertate, eventualmente ottenibile nel corso del contraddittorio, determina anche minori interessi, mentre l’abbattimento delle sanzioni non ha effetti indotti.

 

NUOVI INDICATORI DI RICCHEZZA: L’INTERVENTO DELLA CORTE DI CASSAZIONE


Con il D.L. 112/2008 e la sua legge di conversione, è stata data una nuova “linfa” al redditometro.
Come è noto, l’art. 38, comma IV, del D.P.R. 600/1973 legittima l’Amministrazione finanziaria a determinare sinteticamente, in base a elementi e circostanze di fatto certi, il reddito complessivo netto del contribuente, in relazione al contenuto induttivo di tali elementi e circostanze, quando il reddito complessivo netto accertabile si discosta per almeno un quarto da quello dichiarato.
Con apposito decreto (D.M. 10 settembre 1992, modificato dal successivo D.M. 19 novembre 1992) sono state individuate le modalità in base alle quali l’ufficio può determinare sinteticamente il reddito e la disponibilità dei beni e servizi che rappresentano gli elementi di capacità contributiva (aeromobili, autoveicoli, case di lusso, imbarcazioni, etc.). Lo stesso decreto dispone che resta ferma la possibilità da parte dell’ufficio di determinare sinteticamente il reddito complessivo del contribuente anche in base a elementi e circostanze di fatto indicativi di capacità contributiva diversi da quelle sopra menzionate. E’ quindi su questa ultima linea che sembra muoversi il decreto legge 112/2008 appena approvato. Quella, cioè, di individuare altri indici di ricchezza, diversi da quelli normalmente utilizzati per l’accertamento sintetico. La norma, infatti, fa riferimento a elementi e circostanze di fatto certi, desunti dalle informazioni presenti nel sistema informativo dell’anagrafe tributaria(5) .
A tal proposito e con particolare riferimento alla posizione del contribuente, si evidenzia un recente intervento dei giudici della Suprema Corte. Con sentenza n. 16472 del 18 giugno 2008 la Corte di Cassazione ha ribadito che la determinazione del reddito sintetico non impedisce al contribuente di dimostrare che egli possiede un reddito inferiore in qualunque modo. Da ciò consegue che la prova contraria non è limitata alle sole circostanze che il maggior reddito accertato debba essere costituito da redditi esenti o da redditi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo di imposta.
La problematica appare di interesse in considerazione del fatto che, ormai da qualche anno, l’amministrazione finanziaria effettua con una certa frequenza tale tipologia di accertamento(6) ed anche il recente D.L. 25 giugno 2008, n. 112 ribadisce l’utilizzo di tale strumento.
La norma prevede che il contribuente ha la facoltà di dimostrare, anche prima della notificazione dell’accertamento, che il maggior reddito determinato, o determinabile sinteticamente, è costituito in tutto o in parte da:

  • redditi esenti;
  • redditi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta.

L’entità di tali redditi e la durata del loro possesso devono risultare da idonea documentazione.
La giurisprudenza di legittimità, con la sentenza in commento, ha definitivamente chiarito che l’onere probatorio imposto al contribuente non necessariamente deve essere circoscritto alla dimostrazione dell’esistenza di redditi esenti ovvero soggetti a ritenuta alla fonte a titolo di imposta, con la conseguenza che egli può dimostrare, in qualunque modo, che il reddito presunto sulla base del redditometro non esiste o esiste in misura inferiore.
In altre parole, il contribuente potrà dimostrare la maggiore capacità contributiva di spesa rispetto al reddito dichiarato non solo con il possesso di disponibilità finanziarie derivanti da redditi esenti, o da redditi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta (ad esempio, interessi e premi su obbligazioni), o ad imposta sostitutiva (ad esempio, capital gain) o da smobilizzi patrimoniali, tali da giustificare il proprio più elevato tenore di vita, ma anche in base a qualunque altro elemento in suo possesso.

 

STOCK OPTIONS – TASSAZIONE PROGRESSIVA DAL 25 GIUGNO 2008


L’art. 82, comma 23, del decreto legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazioni dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, ha previsto l’abolizione del regime agevolato delle stock options disciplinato dall’art. 51, comma 2, lettera g-bis), del T.U.I.R.
Il comma 24 prevede che detta abrogazione “si applica in relazione alle azioni assegnate ai dipendenti a decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto”.
A tal proposito, si precisa che la data di assegnazione delle azioni coincide con quella di esercizio del diritto di opzione, a prescindere dal fatto che la materiale emissione o consegna del titolo (o le equivalenti annotazioni contabili) avvengano in un momento successivo.(7)
Come è stato più volte chiarito(8) , il diritto di opzione consegue alla stipula di un contratto con il quale viene attribuito ad una parte il diritto di costituire il rapporto contrattuale definitivo mediante una nuova dichiarazione di volontà. Quindi, diversamente dalla parte vincolata (il datore di lavoro) che non è tenuta a emettere altre dichiarazioni di consenso, l’opzionario (il dipendente) per l’esercizio del diritto a lui attribuito deve manifestare espressamente la volontà di addivenire alla costituzione del contratto definitivo. Pertanto, deve ritenersi che le azioni riservate al dipendente rientrino nella sua disponibilità giuridica, risultando ad egli assegnate, nel momento in cui esercita il diritto di opzione.
L’abrogazione del regime fiscale agevolato delle stock options opera, quindi, anche in relazione ai piani già deliberati alla data di entrata in vigore del decreto legge n. 112/2008, con riferimento alle azioni assegnate a decorrere da tale data (25 giugno 2008). Ricorrendo tutte le condizioni richieste dalla legge, il regime fiscale agevolato continua, invece, ad applicarsi alle azioni già assegnate alla predetta data.
La legge n. 133 del 2008, di conversione del citato decreto legge, ha modificato anche il regime di imponibilità ai fini previdenziali delle azioni assegnate ai dipendenti.
In particolare, il comma 24-bis dell’art. 82, inserito in sede di conversione, ha integrato quanto già disposto dall’art. 27 del D.P.R. 797/1955, Testo unico delle norme concernenti gli assegni familiari.
Al comma 4 del citato art. 27, che individua le somme ed i redditi corrisposti ai lavoratori dipendenti che si considerano esclusi dalla base imponibile ai fini contributivi, sono stati ora aggiunti alla lettera g-bis) “i redditi da lavoro dipendente derivanti dall’esercizio di piani di stock option”, i quali, pertanto, non saranno assoggettati a prelievo ai fini previdenziali.
Anche tale disposizione, ai sensi dell’art. 24-ter dell’art. 82 D.L. 112/2008, ha efficacia con riferimento alle azioni assegnate ai dipendenti a decorrere dalla data di entrata in vigore del medesimo decreto legge.

 

NUOVE REGOLE PER GLI STUDI DI SETTORE


Per effetto di quanto previsto dall’art. 33, comma 1, del Decreto sono state apportate modifiche al Regolamento riguardante i termini di applicazione degli studi di settore.(9)
In particolare, viene confermata l’applicazione dell’art. 10, commi da 1 a 6, della L. 8 maggio 1998, n. 146 (studi di settore) ai fini degli accertamenti relativi al periodo d’imposta nel quale gli studi entrano in vigore.
Pertanto, è stato stabilito che, a decorrere dall’anno 2009 gli studi di settore devono essere pubblicati nella Gazzetta Ufficiale entro il 30 settembre del periodo di imposta nel quale entrano in vigore.(10)
Viene, poi, previsto (art. 33, comma 2, del decreto in esame) che i regolamenti attuativi possano essere adottati anche nel caso in cui dovesse intervenire una legge successiva che disciplini la materia, a meno che detta legge non lo escluda espressamente.
Inoltre, in funzione dell’attuazione del federalismo fiscale, a decorrere dal 1 gennaio 2009, gli studi di settore verranno elaborati anche su base regionale o comunale, sentite le associazioni professionali e di categoria.
Le modalità di attuazione di tale compartecipazione saranno stabilite con apposito decreto del Ministro dell’economia e delle finanze “prevedendo che la elaborazione su base regionale o comunale avvenga con criteri di gradualità entro il 31 dicembre 2013 e garantendo che alla stessa possano partecipare anche i comuni”.(11)

 

CANCELLAZIONE ELENCHI CLIENTI E FORNITORI


Con la manovra d’estate il Governo ha cancellato uno dei provvedimenti più discussi degli ultimi tempi, evitando così anche la presentazione degli elenchi da parte delle associazioni di volontariato e delle Onlus, che avevano avuto la proroga al 30 giugno 2008 per comunicare i dati 2007, attraverso l’abrogazione del comma 4-bis(12) , dell’art. 8-bis del D. P. R 22 luglio 1998 n. 322.
Come nuovo e fondamentale tassello nella lotta all’evasione e alle frodi nel settore dell’Iva, dal periodo di imposta 2006 il D.P.R. 322/98 (art. 8-bis, comma 4 bis, così come integrato dal D.L. 223/06) aveva ripristinato gli elenchi clienti e fornitori soppressi nel 1994. Gli elenchi dovevano essere inviati esclusivamente in via telematica da tutti i contribuenti e comprendevano il totale delle operazioni concluse nell’anno solare precedente.
Dovevano, poi, essere trasmessi entro il 29 aprile dell’anno successivo a quello di riferimento, cioè 60 giorni dopo la scadenza della comunicazione dei dati che va inviata a fine febbraio dell’anno dopo.
L’obbligo era generalizzato e doveva essere eseguito direttamente o tramite intermediari terzi, attraverso il servizio telematico Entratel o Internet, rispettando le specifiche tecniche allegate al provvedimento di attuazione.
Con la fine degli elenchi clienti e fornitori scompaiono anche le sanzioni, che non saranno più irrogate neanche per gli errori e le omissioni commesse precedentemente l’abrogazione. Chi spontaneamente ha effettuato il ravvedimento operoso, però, non potrà chiedere la restituzione delle somme versate.
Per l’omissione della comunicazione degli elenchi, nonché per l’invio degli stessi con dati incompleti o non veritieri, era prevista la sanzione amministrativa dell’art. 11 D.L. 471/97, che va da un minimo di € 258,00.= a un massimo di € 2.065,00.=, ed era possibile regolarizzare eventuali violazioni ricorrendo al ravvedimento operoso o ritrasmettendo entro 30 giorni un file corretto previo annullamento di quello precedente. Con l’art. 33, comma 3, let. b) del D.L. 112/08 sono state soppresse le parole “ovvero degli elenchi” del comma 6 dell’articolo 8-bis del D.P.R. 322/98: oltre alle sanzioni per gli elenchi sono state così abrogate anche quelle previste per le irregolarità nella presentazione della comunicazione annuale dati Iva.

ANTIRICICLAGGIO

Dal 25 giugno è tornata sotto il limite di € 12.500,00.= la soglia per i pagamenti in contanti o con assegni “liberi” e quella del saldo dei libretti al portatore. E’ stato altresì cancellato l’obbligo di inserire il codice fiscale nella girata dei titoli trasferibili.
Sono questi, in sintesi, gli interventi con i quali la “manovra d’estate” (art. 32, commi 1 e 2, D.L. 112/08) ha attenuato la stretta impressa dal decreto legislativo antiriciclaggio (231/07) sulla circolazione dei mezzi di pagamento. Non tutti i vincoli operativi dal 30 aprile scorso sono però caduti: è stata confermata, tra l’altro, l’imposta di bollo di € 1,50.=, che i clienti di banche e Poste devono pagare su ogni modulo trasferibile richiesto. Né sono cambiati i limiti fissati per il circuito Money transfer: 2 mila euro o, se viene provata la congruità dell’operazione rispetto alle condizioni economiche di chi la richiede, 5 mila euro.
Le modifiche investono il passaggio di mano di titoli al portatore, di assegni bancari, postali e circolari e la richiesta, il trasferimento o l’estinzione di libretti di deposito bancari o postali al portatore.(13)
In particolare:
- per i CONTANTI:
Per la soglia fissata ai pagamenti cash si tratta di un ritorno al passato. Dal 25 giugno, il limite delle soglie è tornato sotto i 12.500,00 euro: lo stesso tetto fissato al 29 aprile e abbassato a 5 mila euro dal decreto antiriciclaggio. Ora, due soggetti diversi possono trasferirsi a vario titolo contanti o altri titoli al portatore per importi sotto il limite anzidetto. Se, invece, il valore dell’operazione complessivamente equivale o supera 12.500,00.=, è necessario incaricare del trasferimento una Banca, le Poste o un istituto di moneta elettronica (Imel), che rilasceranno agli interessati una certificazione del trasferimento, dopo aver inserito nel loro archivio antiriciclaggio i dati sia dell’ordinante sia del beneficiario del trasferimento. Chi non rispetta il limite incorre nella sanzione pecuniaria, già fissata dal decreto antiriciclaggio, dall’1% al 40% dell’importo trasferito.
- per i LIBRETTI AL PORTATORE:
Anche il tetto del saldo dei libretti al portatore è stato ritoccato al rialzo: i titoli emessi dal 25 giugno non potranno avere un saldo unitario da 12.500,00 euro in su (anziché 5 mila: tetto operativo dal 30 aprile al 24 giugno), ma dovranno sempre mantenersi sotto i 12.500 euro.
Chi sfora rischia la sanzione pecuniaria dal 20% al 40% del saldo. I libretti emessi in precedenza, con saldo oltre il limite di 12.500 euro, dovranno essere regolarizzati, mediante l’estinzione o la riduzione del saldo, entro il 30 giugno 2009: altrimenti sono sanzionabili dal 10% al 20%.
Resta l’obbligo per chi cede a un altro soggetto i libretti di deposito bancari o postali al portatore, qualunque sia il saldo unitario, di comunicare alla banca o alle Poste che li hanno emessi, entro 30 giorni, i dati identificativi (compreso il codice fiscale) del cessionario e la data del trasferimento: altrimenti, si rischia una sanzione dal 10% al 20% del saldo del libretto trasferito. Sarà interesse del trasferente acquistare prova che la comunicazione sia stata eseguita: di solito, si tratterà della ricevuta della raccomandata postale o della copia, vistata dalla banca, della comunicazione effettuata nei termini.
I certificati di deposito al portatore, che non sono movimentabili come i libretti, non hanno limiti di saldo. Anche questi titoli devono però rispettare il tetto di 12.500,00 euro, fossato per tutti i titoli al portatore.
- per gli ASSEGNI:
Sull’altalena anche la disciplina degli assegni bancari e postali di conto corrente e degli assegni circolari, vaglia postali e cambiari. Dal 25 giugno è obbligatorio emetterli nominativi e non trasferibili se il loro importo unitario è “pari o superiore a 12.500 euro”: pena una sanzione pecuniaria dall’1% al 40% dell’importo trasferito. Ha quindi avuto vita breve – dal 30 aprile al 24 giugno – l’obbligo della nominatività e intrasferibilità fissato alla più bassa soglia “pari o superiore a 5 mila euro”. Con buona pace della spesa che il sistema bancario ha dovuto affrontare per informare i clienti e stampare i nuovi moduli o modificare i vecchi.
Occorre prestare attenzione, dunque, quando si emettono gli assegni di conto corrente di importo unitario pari o superiore a 12.500 euro: e banche e le Poste già consegnano di regola al cliente moduli o assegni con la clausola “non trasferibile”, ma si dovrà indicare sul titolo in modo preciso il nome di battesimo ed il cognome (se persona fisica) o la ragione sociale (se società o ente) del beneficiario.(14)
Il decreto legge in commento non ha invece modificato la disciplina già prevista per gli assegni bancari o postali “emesso all’ordine del traente” (o “a me medesimo”): questi continuano a poter essere girati unicamente per l’incasso dal traente-beneficiario a una banca o a Poste Italiane.(15)
Gli assegni liberi continueranno a scontare l’imposta fissa di bollo di 1,50 euro per modulo, che non è dovuta solo per i moduli consegnati prima dello scorso 30 aprile. Mentre cade l’obbligo di indicare, da parte del girante, il proprio codice fiscale.

PER I PROFESSIONISTI SCOMPARE L’OBBLIGO INTRODOTTO NEL 2006 DI FAR TRANSITARE INCASSI E PRELIEVI SU UN CONTO CORRENTE
  

Con la manovra d’estate 2008 per i pagamenti ai professionisti si torna al passato. Infatti sono state abrogate le norme in materia di tracciabilità di incassi e pagamenti dei professionisti introdotte due anni fa dal decreto Visco – Bersani (art. 35, commi 12 e 12-bis(16) , del decreto legge 223 del 2006).
La manovra d’estate ha cancellato un duro obbligo per i professionisti: quello di tenere un conto corrente per l’attività e quello di riscuotere i compensi in denaro esclusivamente mediante strumenti tracciabili e non in contanti.

Le modalità di pagamento:


La norma ora eliminata imponeva ai professionisti di incassare i compensi superiori a determinate soglie solo mediante strumenti finanziari tracciabili e non in contanti. Per strumenti finanziari tracciabili si intendono assegni non trasferibili, bonifici, altre modalità di pagamento bancario o postale e sistemi di pagamento elettronico. Erano quindi ammesse tutte le modalità di pagamento, tranne il contante, unico strumento non monitorabile in alcun modo.
Tuttavia, la disciplina era soggetta a importanti deroghe: relative, in primo luogo, a pagamenti di importo limitato e, in secondo luogo, a particolari categorie di clienti.
Il comma 12-bis dell’art 35 del decreto legge 223(17) , esonerava dalla disciplina dei pagamenti monitorabili i compensi per somme unitarie inferiori a determinate soglie. In particolare, dal 1° luglio 2007 fino al 30 giugno 2008, il limite era stato fissato a € 1.000,00.=, e sarebbe poi dovuto scendere a € 500,00.= dal 1° luglio 2008 al 30 giugno 2009, per passare poi alla soglia definitiva di € 100,00.= dal 1° luglio 2009.
In pratica, l’abrogazione della norma, operativa dal 25 giugno scorso, ha prevenuto l’introduzione del più ridotto limite di € 500,00.=, che doveva partire dal 1° luglio.
Inoltre, erano stati previsti una serie di esoneri di tipo soggettivo. Dal 1° novembre 2007 erano esonerati dalle modalità di pagamento vincolato per qualsiasi cifra (quindi, anche per importi superiori ad € 1.000,00.=) i seguenti soggetti, individuati dal decreto ministeriale del 3 ottobre 2007:

  • le persone fisiche con reddito complessivo non superiore all’importo dell’assegno sociale;
  • le persone fisiche non residenti;
  • i diversamente abili con una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione.(18)

Per attestare l’esistenza delle condizioni di esonero, il cliente interessato avrebbe dovuto produrre al professionista una dichiarazione sostitutiva.

 

Il conto corrente obbligatorio:


L’altro obbligo imposto ai professionisti dal decreto 223, ora abrogato, è quello di tenere un conto corrente bancario o postale su cui far transitare pagamenti e incassi inerenti l’attività. Era ammissibile anche un conto corrente promiscuo fra sfera provata e professionale. L’obbligo di canalizzare entrate e uscite risultava più stringente rispetto a quello dell’incasso tipizzato dal cliente. Infatti il professionista era tenuto a versare sul conto corrente anche gli incassi minimi in contanti ed era obbligato, in base alle lettere della norma, a effettuare qualsiasi spesa mediante conto.
La norma ha però causato non pochi problemi, dato che imponeva, in teoria, di versare sul conto e poi prelevare anche pagamenti di un euro.(19)  
Anche se ora l’obbligo di tenere il conto corrente è stato abrogato, i professionisti devono comunque fare attenzione ai propri movimenti finanziari: resta infatti operativa la norma per cui eventuali prelevamenti dai conti non giustificabili sono equiparati ai compensi. L’onere di giustificazione non opera per i prelievi ragionevolmente riconducibili alle esigenze private.
Le sanzioni:
In assenza di una sanzione ad hoc, i professionisti che violavano i vincoli sui pagamenti tracciabili erano assoggettabili alla sanzione generale per irregolare tenuta della contabilità: da € 1.032,00.= ad € 7.746,00.=.
Tuttavia, in base al principio del favor rei, dettato dall’art. 3 del decreto legislativo 472/1997, il contribuente non può essere assoggettato a sanzione per un fatto che non è più considerato violazione punibile da una legge successiva, anche se la violazione è stata commessa quando l’obbligo era ancora in vigore.(20)
Quindi, per le violazioni commesse dal 2006 al 24 giugno 2008, dovrebbero verificarsi le seguenti situazioni:

  • se la sanzione non è stata ancora irrogata, l’atto sanzionatorio decade automaticamente;
  • se la sanzione è già stata irrogata ma il contribuente non ha pagato alcuna somma, l’ammontare della sanzione non è più dovuto;
  • se l’obbligato ha pagato in tutto o in parte la sanzione in dipendenza di un provvedimento non ancora definitivo, può essere rimborsato. Se, invece, il pagamento è avvenuto in base a un provvedimento definitivo, il diritto al rimborso viene meno.

(1) L’art. 83, comma 18, 18-bis, 18-ter. 18-quater., del D.L. in commento introduce tale istituto nell’ordinamento tributario attraverso il nuovo art. 5-bis del D. Lgs. N. 218 del 19 giugno 1997.

(2) “Manovra d’estate: la definizione dei processi verbali di constatazione” - Carlo Nocera in “Il Fisco” n. 28 del 14 luglio 2008

(3) Sul punto “Adesione ai verbali senza ripensamenti” – “Chi accetta i verbali non torna indietro”, in Il sole 24ore, 21 e 22 agosto 2008; “La definizione dei processi verbali di constatazione”, in Il Fisco n. 28/2008, fascicolo 2, pag. 5111; “Adesione ai verbali: scelta irrevocabile o drafting normativo perfettibile?”, in Il Fisco n. 33/2008, fascicolo n. 1, pag. 5913 di Carlo Nocera

(4) “Manovra d’estate 2008 – Nuova adesione ai verbali di constatazione: prime riflessioni” – A. Iorio – in “Il Fisco” n. 27 del 7 luglio 2008

(5) Art. 83, comma 8 del D.L. 25 giugno 2008, n. 112.

(6) Si richiama, da ultimo a questo proposito la circ. n. 49/E del 9 agosto 2007 (in “Il fisco” n. 31/2007, fascicolo n. 2, pag. 4430) con cui sono state impartite direttive agli uffici, affinché venga assicurata un’intensa azione di controllo nei confronti di quei soggetti la cui effettiva capacità contributiva collegata a rilevanti manifestazioni di spesa è in stridente contrasto con i redditi dichiarati.

(7) Circ. n. 54/E del 9 settembre 2008 – Agenzia delle Entrate

(8) Si veda al riguardo la Risoluzione n. 366/E del 12 dicembre 2007 e la Risoluzione n. 29/E del 20 marzo 2001; si veda “Stock option – Tassazione progressiva dal 25 giugno 2008” di F. Dezzani e L. Dezzani in Il Fisco n. 34/2008

(9) Si veda in tal senso l’art. 1, comma 1, del D.P.R. 31 maggio 1999, n. 195 “Regolamento recante disposizioni concernenti i tempi e le modalità di applicazione degli studi di settore”, pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 146 del 24 giugno 1999

(10) E’ stata, pertanto, soppressa la validità retroattiva degli studi che, prima della modifica in esame, se pubblicati entro il 31 marzo dell’anno successivo, potevano essere applicati anche al periodo di imposta precedente; in via transitoria, per l’anno 2008 detto termine è, invece, fissato al prossimo dicembre 2008.

(11) Tanto, in attuazione della previsione di cui all’art. 1 del D.L. 30 settembre 2005, n. 203, convertito, con modificazioni, dalla L. 2 dicembre 2005, n. 248: detto Decreto n. 203/2005, recante “Misure di contrasto all’evasione fiscale e disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria”, è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 230 del 3 ottobre 2005.

(12) Tale comma è stato abrogato dall’art. 33, comma 3, let a) del D. L. 25 giugno 2008, convertito dalla L. 6 agosto 2008 n. 133, in commento.

(13) Sul punto “Il Sole 24 Ore – Norme e tributi “La Manovra d’estate: semplificazioni”

(14) Esempio: se si indicasse “P. Rossi” il titolo sarebbe al portatore e non nominativo: quindi sanzionabile, pur avendo uno dei due requisiti richiesti, vale a dire la clausola di intrasferibilità. Sul punto “Il Sole 24 Ore – Norme e tributi “La Manovra d’estate: semplificazioni”

(15) Il Ministro dell’Economia, con la circolare n. 33124 del 20 marzo u.s., ha chiarito che gli assegni “all’ordine del traente” non sono sottoposti alla disciplina degli assegni liberi: quindi, non hanno limiti di importo né obbligo di intrasferibilità. Vanno però seguite alcune regole: occorre indicare chiaramente “a me medesimo” (o una formula equivalente) sulla facciata anteriore del titolo, nello spazio bianco riservato al beneficiario; non girarlo a terzi, se non alle banche o alle Poste incaricate del pagamento; incassarlo o versarlo su un conto intestato solo a se stesso.

(16) Commi abrogati dall’art. 32, comma 3 del D. L. in commento.

(17) Modificato dalla legge finanziaria per il 2007, 296 del 2006

(18) Art. 3, legge 104/1992

(19) Era ammesso l’utilizzo di una piccola cassa per le spese giornaliere, costituita con un prelievo cumulativo dal conto corrente (sul punto: Norme e Tributi – La manovra d’estate 2008 – Semplificazioni – pagg. 6 e ss.)

(20) Sul punto Corte di Cassazione, sentenza n. 14484 del 29 settembre 2003. Così anche l’Agenzia delle Entrate, con la circolare n. 180 del 1998, ha chiarito che si devono considerare estinte, per effetto della soppressione di un obbligo, le sanzioni tributarie eventualmente irrogate in conseguenza di quell’obbligo.