Profili tributari in tema di anatocismo bancario

di Andrea Sganzerla

Anatocismo bancario (illegittimità) - ricalcolo interessi e loro capitalizzazione- altre voci di ricalcolo illegittimamente inserite nell’estratto conto- trattamento tributario di eventuali interessi attivi accertati giudizialmente - mancata ritenuta d’imposta sugli stessi da parte della banca - responsabilità del correntista - responsabilità della banca- solidarietà. Litisconsorzio processuale. Trattamento fiscale dei rimborsi.

Introduzione

Due premesse sono necessarie prima di analizzare sinteticamente alcune conseguenze peculiari dell’ormai famosa Sentenza n. 21095 emessa il 4 Novembre 2004 dalle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione.

La prima premessa è di carattere soggettivo: chi scrive è un avvocato civilista che affronta, con consapevole umiltà, questioni tributarie, notoriamente ostiche per chi non tratta quotidianamente una legislazione ed una giurisprudenza di peculiarità tali da renderle comprensibili ai soli addetti ai lavori, legati a scenari processuali assai frequenti in ambito di contenzioso tra banche e correntisti.

La seconda premessa è di carattere oggettivo, nel senso che alcune situazioni peculiari traggono origine da casistica giudiziaria non rara, sulla quale si fonda il presente lavoro, certamente nota pr frequenza a chi, come il sottoscritto, si occupa da anni di diritto bancario.

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I presupposti giudiziari fondamentali

A chi legge è molto probabile che sia nota la sentenza del 4/11/2004 nella quale le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno definitivamente posto fine alla questione dell’anatocismo bancario illegittimamente praticato dalla totalità degli Istituti Bancari italiani, si legge infatti nella massima riassuntiva pubblicata sulla rivista Foro Italiano: “La legittimità della capitalizzazione trimestrale degli interessi a debito del correntista bancario va esclusa anche con riguardo al periodo anteriore alle decisioni con cui la suprema corte, ponendosi in contrasto con l’orientamento sin lì seguito, ha accertato l’inesistenza di un uso normativo idoneo a derogare al precetto dell’art 1283 c.c. in quanto difettano i presupposti per riconoscere, anche con a detto periodo (e nonostante l’opposto orientamento espresso dalle pronunce dell’epoca), la convinzione dei clienti circa la doverosità giuridica di tale prassi” (Cass. S.U. 04.11.04 n. 21095)

Tale autorevole pronuncia giurisprudenziale vincola per legge il potere decisionale di ogni analoga questione posta al vaglio di ogni singola Sezioni della Suprema Corte, stabilendo pertanto certezza giuridica relativamente all’:

  1. Illegittimità dell’anatocismo

 

Il testo della massima sopra riportata ha posto fine al contrasto giurisprudenziale sorto in relazione alla legittimità o meno dell’anatocismo bancario. Tale definitivo principio suffraga un indirizzo giurisprudenziale  già in precedenza instauratosi, come dimostrano le passate sentenze citate in nota che avevano già stabilito “la clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi dovuti dal cliente di una banca è nulla in quanto essa  risponde ad un uso negoziale e non normativo, ancorché la clausola medesima sia nello specifico contratto, dichiarata conforme alle N.B.U, giacché anche queste costituiscono usi negoziali”.(1)

Possiamo quindi affermare che anche la giurisprudenza precedente alla sentenza delle S.U. della Corte di Cassazione aveva affermato, frequentemente, l’inesistenza di un uso normativo idoneo a derogare ai limiti di ammissibilità dell’anatocismo previsti dall’art 1283 c.c., ossia l’ipotesi di interessi dovuti per almeno sei mesi oppure la proposizione di una domanda giudiziale o il perfezionamento di una convenzione successiva alla scadenza degli interessi stessi.
E’ noto infatti che l’anatocismo, ovvero la produzione indefinita di interessi sugli interessi, è consentita esclusivamente nel caso in cui a tal fine sia stata presentata specifica domanda giudiziale oppure sia stata stipulata idonea convenzione posteriore di almeno sei mesi alla loro scadenza.

  1. Retroattività della sentenza N. 425 della Corte Costituzionale pubblicata il 17.10.2000

 

Con la sentenza N. 425/2000, la Corte Costituzionale accogliendo i dubbi di costituzionalità sollevati da alcuni tribunali di merito(2) ha definitivamente sancito l’illegittimità costituzionale del III comma dell’art 25 Dlgs 342/99 secondo cui “le clausole relative alla produzione di interessi sugli interessi, contenute nei contratti stipulati anteriormente alla data dell’entrata in vigore della delibera del CICR di cui all’art 120 T.U.B. (09.02.2000 ndr) sono valide ed efficaci fino a tale data e, dopo di essa, debbono essere adeguate al disposto della menzionata delibera, che stabilirà altresì le modalità e tempi di adeguamento”e, conseguentemente, della capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi operata dagli Istituti di Credito.

E’ noto che la dichiarazione d’incostituzionalità di una norma comporta la caducazione dei soli effetti non definitivi e, nei rapporti ancora in corso alla data di pubblicazione della sentenza, anche degli effetti successivi.

L’annullamento con efficacia ex tunc del terzo comma dell’art 25 Dlgs 342/99, al quale peraltro non si poteva certamente attribuire efficacia retroattiva, ha definitivamente risolto ogni problema di interpretazione della medesima norma, ormai espunta dall’Ordinamento Giuridico, riconducendo tutti gli elementi caratterizzanti la fattispecie della produzione di interessi nei contratti intercorrenti tra Banche e clienti al dettato dell’art 1283 c.c. che, come già detto, vieta espressamente l’anatocismo trimestrale illegittimamente praticato dagli Istituti di Credito. Va da sé che il lettore attento avrà già capito la notevole entità dell’impatto in conseguenza delle precedenti Sentenze citate su società di grandi dimensioni che hanno fatto ricorso pluriennale al credito bancario al punto da poter lecitamente immaginare che un ricalcolo di interessi e competenze illegittimamente addebitate possa, talvolta (come in effetti è avvenuto in caso reali), produrre come effetto un saldo attivo per il cliente sia temporaneo sia definitivo alla data di chiusura del conto. Ma vi è di più

termine prescrzionale decennale per la ripetizione d’indebito

Unanime è altresì la giurisprudenza di legittimità circa la natura giuridica del contratto di conto corrente di corrispondenza, secondo cui il rapporto di conto corrente bancario ha natura unitaria, benché costituito da una pluralità di operazioni, con la conseguenza che solo dalla chiusura del rapporto dovrebbe decorrere il termine prescrizionale del diritto ad ottenere la restituzione delle somme indebitamente percepite(3) .

In tale prospettiva la giurisprudenza di legittimità prima e di merito recentemente, ha avuto modo di affermare che: “ il momento iniziale del termine di prescrizione decennale per il reclamo delle somme indebitamente trattenute dalla banca a titolo di interessi su un’apertura di credito in conto corrente, decorre dalla chiusura definitiva del rapporto trattandosi di un contratto unitario che dà luogo ad un unico rapporto, pur se articolato in una pluralità di atti esecutivi, sicché è solo con la chiusura del conto che si stabiliscono definitivamente i crediti e i debiti tra le parti”.(4)

Le pronunce citate muovono dunque da un unico denominatore comune, ovvero dal fatto che l’addebito conseguente alla capitalizzazione trimestrale degli interessi altro non è che un’annotazione contabile operata dalla banca nell’ambito del rapporto di conto corrente. Il concetto di adempimento viene definito da consolidata giurisprudenza quale “atto dovuto, il che evidenzia il carattere esecutivo dell’adempimento, quale attuazione di un obbligo gravante sul debitore”(5)

Dunque, stabilito che il rapporto tra banca e cliente va considerato in modo unitario, è soltanto con la chiusura del conto che si verifica l’esistenza di un saldo attivo o passivo, nella formazione del quale ovviamente non si potrà tenere conto degli interessi anatocistici annotati, attesa la nullità della clausola che li prevede. Dalla conclusione del rapporto contrattuale decorrerà dunque il termine per ottenere quanto indebitamente trattenuto dalla banca a titolo di capitalizzazione trimestrale degli interessi. In tale quadro giurisprudenziale va aggiunto un ulteriore fondamentale elemento costituito dalla

Illiceità della cosiddetta CMS (Commissione di Massimo Scoperto) per mancanza di causa

Di norma l’applicazione della cms da parte delle banche avviene secondo un criterio “assoluto”, ossia mediante calcolo sul massimo saldo negativo di ogni trimestre, indipendentemente dalla durata temporale dell’esposizione massima negativa del saldo debitorio del periodo (normalmente trimestrale).
Preliminarmente si rileva che il presupposto imprescindibile di una valida cms è l’esistenza di una linea di credito validamente contrattualizzata fra la banca ed il cliente nel rispetto di criteri formali di cui all’art 117 del Testo Unico Bancario (T.U.B.); avviene infatti di frequente che la banca non consegni copia del contratto al correntista impedendo in tal modo di verificare l’effettiva pattuizione della medesima e, soprattutto, la sua corretta applicazione da parte dell’Istituto di Credito. Qualora la banca non producesse copia del contratto anche in corso di causa (fatto spesso avvenuto) tale verifica non potrebbe effettuarsi nemmeno in corso del presente giudizio, con al conseguenza che la cms dovrà ritenersi applicata del tutto illegittimamente, con conseguente obbligo, da parte della banca, di restituire gli importi indebitamente incamerati a tale titolo, maggiorati degli interessi legali.
In ogni caso è doveroso riferire che secondo la più recente giurisprudenza anche una cms correttamente applicata viene ormai ritenuta invalida: negli ultimi anni le Corti di merito hanno espressamente sancito la nullità della cms per mancanza di causa, in quanto la medesima “si sostanzia in ulteriore e non pattuito addebito di interessi corrispettivi rispetto a quelli convenzionalmente pattuiti per l’utilizzazione dell’apertura di credito” (Trib. Milano, n. 8896 del 29.6.2002). Recentissimamente la Cassazione ha dato una corretta definizione della cms, definendola come la “remunerazione accordata alla banca per la messa a disposizione dei fondi a favore del correntista indipendentemente dall’effettivo prelevamento della soma (6)”.
Contrariamente alla sua natura ed alla definizione che ne fa la Suprema Corte, la convenuta opposta non ha calcolato la cms sulla somma affidata o rimasta disponibile, bensì, al contrario, sulla somma massima utilizzata nel periodo (solitamente il trimestre) e per tutti i giorni del periodo. Vi è quindi una incolmabile contraddizione tra metodologia di calcolo adottata dalla banca e funzione tradizionale della cms: detta contraddizione porta, secondo la maggioritaria Giurisprudenza di merito, alla nullità dell’addebito, non trovando una giustificazione causale. A tal proposito è stato osservato che “la commissione di massimo scoperto, enunciata quale corrispettivo per il mantenimento dell’apertura di credito e indipendentemente dall’utilizzazione dell’apertura di credito stessa, è nulla per mancanza di causa, atteso che si sostanzia in un ulteriore e non pattuito addebito di interessi corrispettivi rispetto a quelli convenzionalmente pattuiti per l’utilizzazione dell’apertura di credito (7)”.

limitazione alla possibilità del c.d.Ius variandi da parte della banca

la facoltà della banca di variare il tasso d’interesse (c.d.”ius variandi”) è stata prevista dal Legislatore solo come eventuale per ragioni di carattere macroeconomico di tipo compensativo al fine di evitare alterazioni della sinallagmaticità del rapporto ed in considerazione della natura dei contratti bancari i quali sono in tutta evidenza contratti di durata. Per tale ragione ed in ossequio alla ratio ispiratrice del T.U.B. il V comma dell’art 117 prevede che .: “la possibilità di variare in senso sfavorevole al cliente il tasso d’interesse e ogni altro prezzo e condizione deve essere espressamente indicata nel contratto con clausola approvata specificamente dal cliente”
Deve invece riconoscersi piena validità alle variazioni favorevoli al correntista operate dalla convenuta; tale diverso regime di efficacia delle variazioni bancarie in questione è imposto non soltanto dal chiaro disposto degli artt. 6 e 118 TUB che sanzionano di inefficacia soltanto le variazioni “sfavorevoli” per il cliente e dell’art. 117 che esige la specifica pattuizione scritta dello ius variandi della Banca solo per le variazioni sfavorevoli al cliente, ma anche dall’art. 127 TUB, che sancisce (al pari del previdente art. 11 della Legge n. 154 del 1992) la derogabilità delle disposizioni precedenti “solo in senso più favorevole al cliente”.

 Per tale motivo, è pacifico nella stessa Giurisprudenza di legittimità che, “in materia di contratti bancari, ai sensi del combinato disposto degli artt. 6 e 4 legge n. 154 del 1992 e 118 D.Lgs n. 385 del 1993, in ipotesi di variazioni delle condizioni contrattuali in senso sfavorevole per il cliente, l'obbligo di comunicazione al cliente medesimo sussiste per la banca solamente se ed in quanto essa abbia esercitato il diritto, contrattualmente previsto, di variare unilateralmente ed in senso sfavorevole alla controparte talune condizioni del contratto medesimo” (8)

E’ appena il caso di notare che la suddetta nullità/inefficacia- “protettiva del cliente e rilevabile d’ufficio ex art. 1421 c.c. - non potrebbe essere superata dalla approvazione tacita degli estratti del conto corrente da parte del correntista, ai sensi dell’art. 1832 c.c.. E’ infatti noto che: “la mancata tempestiva contestazione dell’estratto conto trasmesso da una banca al cliente rende inoppugnabili gli addebiti soltanto sotto il profilo meramente contabile, ma non sotto i profili della validità e dell’efficacia dei rapporti obbligatori dai quali le partite inserite nel conto derivano: in tal caso, infatti, l’impugnabilità investe direttamente il titolo ed è regolata dalle norme generali sui contratti”. (9)

Ne consegue che gli “adeguamenti migliorativi” per il cliente operati dalla Banca in pendenza di rapporto (adeguamenti astrattamente riferibili a maggiorazioni del tasso di interesse creditore, a diminuzioni del tasso di interesse debitore, delle commissioni e delle spese, alla riduzione dello scarto tra data e valuta per le operazioni in accreditamento o aumento dello scarto medesimo per le operazioni di addebito etc) sono pienamente validi ed efficaci, mentre deve riconoscersi l’inefficacia delle variazioni sfavorevoli al cliente.

Per quanto concerne invece la retroattività di suddette variazioni, occorre premettere che la delibera del CICR del 04 marzo 2003 concernete le modalità di comunicazione alla clientela delle variazioni unilaterali delle condizioni economiche sfavorevoli al cliente, si limita ad introdurre modalità d’esecuzione del principio già sancito dal Legislatore con l’art 118 T.U.B.
Dall’art 118 T.U.B. è possibile infatti ricavare tre dati normativi a tutela del cliente; il primo consiste nel fatto che le variazioni delle condizioni economiche debbano avere carattere generale ovvero debbano essere comuni a tutti i clienti, tanto che prima di essere comunicate devono essere attuate mediante idonea pubblicazione . Il secondo è che il medesimo articolo riconosce al cliente, in seguito all’avvenuta comunicazione delle variazioni, il diritto di recedere dal contratto senza penalità. In fine il terzo è che in caso di recesso il cliente ha diritto di ottenere, in sede di liquidazione del rapporto, l’applicazione delle condizioni precedentemente praticate.

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Da un punto di vista pratico questa sentenza storica ha consentito ad avvocati d’impresa e professionisti che hanno avuto modo di occuparsi prevalentemente di aziende, ovvero di persone giuridiche che abitualmente fanno ricorso in larga misura al credito bancario, di vedere situazioni apparentemente debitorie per il correntista, per centinaia di migliaia di euro, ridursi di molto ed in alcuni casi addirittura trasformarsi in posizioni creditorie, sia con riguardo al saldo finale, sia – più spesso - per essere andate “virtualmente” a credito in uno o più periodi del rapporto bancario. I due esempi che seguono sono tratti da situazioni realmente accertate giudizialmente.

Perizia contabile con ricalcolo interessi passivi ed attivi al tasso legale dell’anno di riferimento.

Grafico andamento interessi passivi addebitati dalla banca e ricalcolati secondo il tasso legale.

Grafico andamento interessi attivi accreditati dalla banca e ricalcolati secondo il tasso legale.


Grafico andamento interessi passivi ed attivi addebitati / accreditati dalla banca e ricalcolati secondo il tasso legale.

Chi tratta professionalmente la materia tributaria (Commercialista, Avvocato, Consulente di Tribunale, Magistrato ecc.) non può non aver già intuito lo stretto legame problematico tra diritto civile e diritto tributario che entrambe le situazioni sopra prospettate inevitabilmente hanno creato relativamente al disposto dell’art. 26 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, il quale, attraverso vari interventi legislativi che hanno modificato nel tempo la ritenuta sugli interessi attivi (per il correntista), stabilisce quanto e quando la banca deve trattenere periodicamente (attualmente fissata al 27%.)

La questione non è di poco conto, ma cerchiamo di semplificare chiarendo: la banca è sostituto d’imposta del correntista quando questi matura interessi attivi; quindi il correntista- è contribuente effettivo. E’ evidente che in casi come quelli sopra rappresentati, in cui il correntista percepisce interessi attivi solo dopo tempo e a seguito di iter giudiziario, questi sia oggettivamente coinvolto – suo malgrado e non per una colpa - nella problematica attinente la correzione dell’errore per lo meno fin tanto che non sia divenuto definitivo il debito di imposta e/o quest’ultimo si sia prescritto.

L’art. 5, n. 5 del D.P.R. in esame esonera il correntista persona giuridica dall’allegare tale tipo di certificazione di avvenuta ritenuta alla dichiarazione dei redditi, ma certo ciò non risolve il problema se non da un punto di vista formale. Tale formalità è infatti posta a carico della banca sia dal successivo art. 7 del D.P.R. in esame, che dal successivo art. 27, 2° comma, il quale disciplina le modalità che la banca è tenuta ad osservare per la registrazione delle ritenute operate come sostituto d’imposta, ma la combinazione di tutti i predetti precetti legislativi certo non riguarda altro se non l’individuazione del soggetto tenuto ad un adempimento formale che certo non incide sull’individuazione del soggetto-contribuente che resta il correntista. A tale proposito basti leggere il testo del successivo art. 34 della medesima legge che pone proprio a carico del contribuente correntista l’obbligo di svolgere attività collaborativa con l’Ufficio in caso di verifiche per tali ragioni. Il successivo art. 43 a proposito di accertamenti per tali situazioni pone un termine di prescrizione che si matura allo scadere del quinto anno successivo al 31 dicembre dell’anno in cui tale ritenuta andava operata .

Da questa prima lettura della normativa riguardante l’obbligo di corresponsione di una percentuale a titolo impositivo da parte della banca in qualità di sostituto di imposta del correntista percipiente interessi attivi, sorgono poche certezze e diversi interrogativi.

E’ certo infatti che solo una sentenza passata in giudicato in una causa civile tra banca e correntista potrà dare certezza ad una mera eventualità: ovvero la possibilità che in alcuni casi il correntista sia stato a) temporaneamente in attivo, o b) lo sia stato alla fine del rapporto. La situazione prospettata sub a) provocherà conseguenze diverse sotto il profilo tributario, a mio avviso, a seconda che ciò sia avvenuto quattro piuttosto che dieci anni prima dell’esito del giudizio. Se infatti la banca capitalizzando illegittimamente passività inesistenti, non ha corrisposto interessi attivi che una corretta gestione del denaro avrebbe invece generato, dovrà corrispondere al correntista interessi maggiorati a loro volta di interessi capitalizzati annualmente.

Ma ciò non dovrebbe avvenire al netto di ritenute alla fonte operate dalla banca a titolo di imposta come prescrive la legge? Probabilmente si. In questo caso,il termine prescrizionale quinquennale per l’accertamento tributario decorrerebbe dal passaggio in giudicato della sentenza? O dall’effettivo pagamento?.

La questione non è affatto facilmente risolvibile se non si affronta preventivamente una questione della massima importanza: l’Erario è parte nella causa civile? Il Giudice è obbligato a segnalare all’Ufficio la situazione? E ancora: può il Magistrato Civile disporre trasferimenti di denaro di cui (in parte) nessuna delle due parti in causa potrebbe avere titolo ad ottenere?
Andiamo per ordine. Alla prima domanda mi sentirei di escludere che la Pubblica Amministrazione possa essere qualificata litiscosconsorte necessario ( art 102 c.p.c), non fosse altro che per l’assoluta incertezza del ruolo di creditore di un’imposta che non è dato sapere ad inizio del giudizio se verrà ad esistenza e in caso affermativo se sia esigibile all’esito della causa in virtù di eventuali decadenze nel frattempo intervenute.
Né mi pare, per rispondere al secondo interrogativo, che un Magistrato civile sia obbligato da alcuna norma a ordinare ad alcuna delle parti in causa una integrazione del contraddittorio(art 102 II comma c.p.c), prima ancora di avere almeno un’idea di massima sull’esito di una causa ancora da istruire e non quantificabile economicamente se non dopo almeno aver espletato una completa consulenza contabile sempre indispensabile in questo genere di cause che vede normalmente solo due parti contendere e il Magistrato decidere secondo giustizia dettata da regole civilistiche e null’altro, lasciando quindi alle parti l’onere di adempiere ad eventuali obbligazioni di carattere tributario che dovessero scaturire dalla sentenza.
Personalmente potrei portare la mia testimonianza su cosa è stato deciso in casi di questo tipo, ma la diversità delle soluzioni adottate di volta in volta rischierebbe solo di complicare ulteriormente lo scenario già di per sé non chiaro.

Consapevole del rischio che comporta il fatto di rivolgermi a lettori attenti e certamente competenti in materia fiscale ben più di chi scrive, voglio azzardare una possibile soluzione da avvocato civilista “puro”. Qualunque legale abbia avuto la pazienza di leggere fino a qui conosce l’art. 107 del c.p.c. che prevede l’intervento eventuale in causa per ordine del Giudice qualora ritenga opportuno che il processo si svolga in confronto di un terzo al quale ritiene comune la causa. Tengo a far notare che ciò è solo apparentemente in contraddizione con quanto ho scritto poc’anzi. Trovo tuttavia che allorché si manifesti una delle eventualità sopra prospettate sarebbe quantomeno deresponsabilizzante per ciascuna delle due parti in causa fare presente al Magistrato (anche formalizzando la richiesta a verbale o comunque in corso di istruttoria) che una situazione economicamente evolvente verso una statuizione di riconoscimento di interessi dovuti dalla banca e mai corrisposti, potrebbe porre il correntista in una situazione assai delicata sotto il profilo sanzionatorio per colpe non sue. A questo punto certamente il correntista avrebbe fatto quanto in suo potere per adempiere ai propri obblighi. Quindi, qualora il Giudice chiamasse l’Erario in causa, il problema sarebbe risolto, in caso contrario il correntista, qualora intimato a pagare dall’Erario a seguito di sentenza potrebbe, da un lato, dimostrare di essersi adoperato per non evadere alcuna imposta, dall’altro, qualora a ciò condannato, rivalersi sulla banca, unica responsabile a livello di diritto civile per l’errato adempimento fiscale. Sottolineo che si tratta solo di uno spunto di riflessione non certamente elevabile a panacea di ogni problema che potrebbe insorgere.

Che vi siano altre questioni foriere di problemi per le società è certo. L’esempio che segue è rappresentativo di almeno il 90% dei casi personalmente trattati a livello giudiziario.Vi sono infatti alcune caratteristiche comuni a quasi tutte le aziende che promuovono cause contro le banche. Sintetizzo:

  1. le aziende hanno per lo più conti passivi (anticipo fatture, finanziamenti all’esportazione, sconto di portafoglio, fido di cassa, mutui, finanziamenti a breve,medio termine ecc.) Contrariamente ai privati subiscono oneri finanziari di varia natura: (commissioni di massimo scoperto, tassi di interesse passivi diversi a seconda del tipo di linea di credito, costantemente variati, commissioni varie, spese, costi variamente denominati ecc.) Conseguenza: le aziende hanno molto da recuperare tenuto conto il termine decennale di prescrizione.
  2. Le aziende non possono che guadagnare da una causa contro il sistema bancario se, negli ultimi dieci anni, tali società hanno chiuso i rapporti con più di una banca azzerando l’esposizione. Il recupero è praticamente certo, e continuerebbero a lavorare con altre banche contro le quali si guarderebbero bene dall’agire per timore di ritorsione.
  3. Se la compagine sociale è ampia, il rischio di non agire comporta un serio problema di responsabilità per l’Organo Amministrativo, liquidatori e curatori.

Dati questi presupposti comuni a quasi tutte le società di medie dimensioni, è ovvio che sorgeranno questioni certe e non meramente eventuali, dipendenti dalla qualificazione data in sentenza o in transazione relativamente al titolo del rimborso avente ripercussioni fiscali in base al D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917. Più in pratica: si tratterà di ricavi (art. 53)? o di plusvalenze patrimoniali (art. 54)? si tratta di capitale o anche interessi (art56, n. 3)? vi saranno proventi soggetti a ritenuta alla fonte(art. 58)?
In pratica quanto andrà tassato e come e quando?
Troppi interrogativi e troppo incerta la risposta alle suesposte domande senza chiamare in causa l’Erario ex artt. 107 e/o 108 c.p.c.. Tale richiesta di integrazione del contraddittorio, a nostro avviso, si impone in modo che se anche il giudice non ritenesse di integrare il contraddittorio ordinando la chiamata in causa dell’Erario, il correntista avrebbe la possibilità di dimostrare di aver fatto tutto quanto la legge gli consentiva di fare e, qualora nel futuro venisse chiamato a rispondere per pagamenti di imposte sovrattasse ecc…, avrebbe comunque la possibilità di agire per diritto di regresso sulla banca si sensi dell’art 1299 del codice civile.

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 1 Cfr Trib Vercelli 21.07.1993; Pret Roma 11.11.1996, Trib Napoli 24.04.1997; Trib Busto Arsizio 15.06.1998; Trib Monza 16.02.1999; fr Cass N. 14091/02; cass N. 13739/03; Cass 14091/02; Cass N. 4498/02; Cass N. 44090/02; Cass N. 1281/02; Cass N. 12507/99; Cass N.3096/99

2 Cfr Trib Lecce 21.10.1999; Trib Benevento 25.10.1999; Trib Brindisi 08.11.1999; Trib Civitavecchia 14.01.2000; Trib Lanciano 10.04.2000; Trib Pescara 22.05.2000; C. App. Lecce 03.02.2000

 3 Cfr tra le più recenti Cass N. 6943/04; Cass N.16261/02

4 Cass N.2262/84; Corte App. Lecce N.555/01 in Foro It N.I 2002, Trib Cassino 29.10.04

 5 Cfr Cass N.530/62

6 Cfr Cass. N. 870 del 18 Gennaio 2006

 7 Cfr Tribunale Milano, 4 Luglio 2002

8 cfr. testualmente Cass. Sez. 3, Sentenza n. 16568 del 25/11/2002.

 9 cfr. Cass. N. 12507/1999; Cass. N. 1978/1996; Trib. Genova sent. 5.5.2002; C.App. Lecce n. 598/2001.